Cara sabrina,
ti voglio dire sedici cose, ti voglio dire che finalmente sono qui, ce
l’ho fatta, m’hanno fatto cantare, me l’hanno fatta, m’hanno preso la
testa, sono riusciti a farmi frate, ci sono riuscito, questa è la
prima volta che mi arrotolo ed è un continuo finale, un coro, un amen,
ma io ti voglio dire che la chiesa non c’entra, non c’era la chiesa in
quel momento, in quel luogo, qui, tra noi, e che non c’è stato mai
niente tra me e i discorsi, voi, tu, lei, tu le tue parole non te le
sapevi mettere, le avevi prese da me, da un’altra parte, da un’altra
parte di chi, di me che volevo come voglio chiederti il perché e
l’anzi, il prima, il dopo, e voglio chiedertele queste cose, voglio
averti profumata rossa come ai vecchi tempi, come quando non c’eri,
come quando romantici correvamo sulle pianure, sulle salite, sulle
montagne, dolci, strappando fiori e ali che non ci volevano, non ci
volevano più, e ci siamo fermati e io questo te lo voglio dire, queste
cose che ti voglio dire te le voglio piantare nel corpo come una cosa
che ti pianto nel corpo, una metafora; e la terza è questa: sai
contare? perché me ne mangiavi troppe, di mani, me le toglievi di
dosso, scappavi, ti ricordi com’eri piena e come sognavi di cinema, di
noi nel cinema, nei cinema, nei locali bui, negli interrati, e mai che
laggiù ti sia rimasto un fotogramma, qualcosa, niente, ecco cosa ti
voglio dire, voglio dirti questo: abbracciamoci, ma in ordine sparso;
sii seria: non sanguinare, non fare questo, non strapparti le cose,
lìberati: chiudi la bocca, questo è il passato, l’io nostro complesso,
noi, io che ero facile facile, un po’ piegato, un po’ stanco di starti
sul dorso, di pesarti, e i nostri oggetti, le nostre parole grosse, le
tue, le tue dita così sottili, così arcuate, e la tua vita, la tua
circonferenza, i fianchi, il tuo corpo steso là al sole, al fiume, sui
panni, sui mattoni, sugli attrezzi, sui libri delle fiabe, che
bellezza, non parlavamo, che roba, che tempi, che anni, che starnuti,
che volontà, un brutt’affare, una brutta storia, una vita, un bullone,
tu stesa là più materiale delle cose, delle valigie, ecco cosa ti
dico, senti, ascolta, ecco cosa voglio dirti, tieni a mente, ricorda,
vorresti essere qui, vorresti stare in pace, alzarti, vuoi avermi, ti
vuoi, ti vuoi muovere, darti una mossa e non ce la fai, vedi, eccoti
che ti schiacci, che non mi ascolti, ecco cosa ti voglio dire: mi fai
furbo, mi fai il sesso, mi costruisci i capelli attorno alla testa, mi
tracci dei cerchi, mi misuri, volgarotto e distante, dal sotto in su e
da un lato all’altro e ridi, ecco cosa volevo dirti, cosa voglio, cosa
ti dico, sei frettolosa, sei curabile, sei più utile che vile, piatta
e superba, lunga e stabile, emotiva, medicinale, sei studiosa, perdi
il cervello per strada, perdi me, i fumetti, raccogli le spine e ti
bruci, raccogli i cerini, le scatole, i biglietti, gli inviti, gli
omaggi e me li strappi sopra, addosso, mi vieni addosso, mi butti, me
lo permetti, ti puoi permettere di vedermi, di ascoltare, ecco cosa ti
dico, senti, guarda: prendili, guarda questi occhi, questo tavolino,
vedi cosa c’è da bere, cosa c’è, qual è la domanda, questo ti dico, la
risposta, l’interrogativa, la desinenza, il tempo verbale; a che
numero siamo? dov’è il forse, il nocciolo, la parte, la mia parte, la
battuta che manca, la quinta, il fondale; dove sono i tecnici del
suono? senti qualcosa? questo, mia martire, mia freccetta, ti dico,
questo voglio dirti, sentimi bene, fammi preciso, dammi tempo, fidati,
prova il mio gusto: voglio dirti che ho sbagliato, che capisci, che
stai a sentirmi, che non capisci niente e io sono in grado di passare
da troppi punti, da qua a quella e quello e quest’altro,
qualcos’altro, comunque, le lettere, le C e le Q, le (ah) vibrazioni,
ecco, vieni, senti: come vibri, vibra, le vibrazioni sono tu che
fremi, ti alzi: ho smesso di parlare, smetto, concludo: mi siedo, e
non puoi toccarmi, al pianoforte: così ridi, ridi ridi, prendi
contatto, prendi tutto, me mi prendi e in sogno passionale mi
accoltelli, mi ferisci, mi recidi in tre punti, mi guardi di
sottecchi, ridi sotto i baffi, ti sdrai, ti riposi, scalci gridando le
mie parti vecchie, le mie cose mancanti, tagliate, le asportazioni, i
resti, le mance; avanzo qualcosa, ecco cosa ti dico, non c’è problema,
non ce n’è, non c’è tempo e io ti voglio dire che non c’è matematica,
non c’è scampo, fuga, buchi, giochetti, saltelli, niente, come sono
felice, ecco cosa ti voglio dire, la tua foto, le tue foto, ecco cosa
voglio fare, rifarti la foto, quella, la mia, le mie foto, ti rifaccio
il ritratto, ti stampo sul muro tra gli alberi, scatto: vivi, andiamo
su, vèstiti, prepàrati, salta, corri, vieni, andiamo nel giardino,
scendiamo giù dalle scale, caschiamo, voliamo, torniamo di sopra e
dimmi quella parola, quella: approfittiamone; e mi si spezza il
momento, sono io, mi si spezza un osso, un braccio, un qualcosa di
rigido, mi cadi in braccio, mi scendi giù per di qua, mi fai a
pezzetti e c’interrompe la telefonata: “pronto? è tutto staccato,
tutto a fili, filamenti, bave, chiazze secche, visioni di mare, di
porti” e i ponti rimasti fanno i lamenti, chiedono cibo, sono vuoti,
sono colorati porpora, bruciati, cinematografici, sono in pellicola,
stranieri; sono loro, sono i nostri, ecco le cose che ti voglio dire,
ecco che ti dico: bravissima, fammi i complimenti, stammi a sentire:
resta aperta, almeno, resta in aria, respira, o no; galleggia, trema,
prendi questo, dammi il contesto, la stanza, arieggia l’ambiente,
profùmati, stai ripetuta, stai dinamica: resisti, ti dico, fai la
competizione, e le cose tutte che ti circondano ti coprono d’oro, ti
fanno brillare, ti fabbricano, ti costruiscono, ti mettono i pezzi, le
catene, i cerchietti, i diamanti, gli uncini, di questo sto parlando,
di questo che ti dico, il nero, il fumo, quello che volevamo, freddo,
terso e notturno: il nostro sempre preferito, il nostro attimo, la
nostra unica mano, la grammatica, le regole, la regola del collo, la
legge, le leggi del tuo collo, dei suoi movimenti, il suo finire, la
sua curva, la sua superficie, le sue misure: affari tuoi: contenta?
ecco cosa ti ho detto, questo ti voglio dire: contenta? e mi tiri le
dita, mi tormenti, mi lanci lontano, mi scrivi le lettere, le
passioni, mi circondi di orchestre, di strumenti a fiato, elenchi,
numeretti, paradossi: come t’amo, come t’invidio; è una demolizione,
un dato di fatto, una farsa, un cappotto, una mezza stagione, un
recinto, un animale: ed è il tuo squittìo, di te che ti lamenti, ti
fai seria, ti scurisci; mi ascolti? questo è quello che ti chiedo, che
ti dico, voglio dirti questo: da qui a dove siamo arrivati c’è un’aria
da deserto, delle modifiche, delle pose sabbiose, affascinanti,
istantanee di te che ti trucchi, ti fai diversa, simile, ti aggiungi
delle cose, te le appiccichi sulla faccia, sulle guance, altre guance,
altri menti, altre ciocche di capelli; ti pungi, ti intristisci,
collabori, svilisci, sfotti e resti sola: piangi: fine, ecco cosa ti
dico, e ti dico questo, te lo dico così, un po’ falso, un po’
automatico, cieco da un occhio ma nelle mani non ho niente, non
stringo niente, non sono tecnico, sono moderno, computerizzato,
letterario: mitico: arcigno e deluso, ecco cosa vuoi sentire, cosa
vuoi dirmi, cosa vuoi suggerirmi, ma ti dico altro, ti dico questo:
hai fatto i compiti? sì, li hai fatti copiare, me li hai dati, me li
hai fatti mangiare, me li hai presi dallo stomaco; sei universitaria,
studiosa, letterale, precisa precisa, netta, sfumata, scontornata, sei
bellissima, eccoti là, te lo dico, sei pelle e ossa, western, e
cavalchi l’enigmistica, dai le definizioni, i casi, le statistiche, i
consigli, le obiezioni, ecco cosa sei, cosa dici, sei quello che dici,
non sai quello che sei, non hai la pace, la pazienza: sei innamorata,
sei di più, di meno: scolastica; non sai mai cosa usare e a proposito
di questo ecco cosa voglio dirti, cosa ti voglio dare, prendi, voglio
darti questo, questa collezione, l’arte dei silenzi, dei sillabari,
dell’alfabeto, delle cose che non c’entrano, non servono, non ci sono:
i ministri, le strade; le ansie, i fiumi; di ciò abbiamo già parlato,
ce ne siamo fatte di risate, di noie, di cene, ma io non sapevo
aspettare, non volevo fantasia, volevo vivere, volevo cani e gatti,
animali domestici, pets, festicciole, non volevo mica che mi
capissero, nulla volevo capire io, ti volevo sopra, volevo farmi
schiacciare e l’ho ottenuto il premio, il walkman, la musica, me l’hai
data tutta, ti sei fatta mia, ti sei fatta pregare, ecco guarda,
senti, ascolta, senti cosa voglio dirti, queste cose, ti dico: non
sei, non eri tu: era la tua voce, la tua risata, le tue risa, i tuoi
polsi, le tue forchette appese, le tue matite, i tuoi appunti, i tuoi
fogli, i foglietti, le risme di carta, le tue carte, le cartoline, le
lettere, i quadretti, il brogliaccio; ecco, capiscimi, fatti portare,
fatti dare gli ordini, perdi importanza, assèntati, manca: bevi,
finisci, vai, vieni, andiamo al ristorante; qui paghi il conto e
t’innervosisci, ti rilassi, vai a capo, hai capi e code, hai tutto,
sei ricca, sei mostruosa, mi prendi la mano e dolce mi sussurri
argomenti, variazioni, stati di cose, presenze, allucinazioni,
confidenze, un incubo qua e uno là, certi affari, certi regalucci,
intenzioni, modi di dire, coriandoli, vezzeggiativi, manie, e ti
descrivi, ti descrivo, mi descrivi i tuoi modi di usarti, di esserti
comoda, di vincere, e i procedimenti, le valutazioni, le stime, i
rischi, come fare bene i calcoli, i tuoi calcoli, mi metti a parte di
quegli amori, quei brutti pennarelli, quelle cose che usi per
presumere, per essere al corrente, sempre informata; così ti dai,
“questo” dici e questo che dici non ti fa né bella né niente: perdi il
vantaggio, arretri, ti prendi paura, non sai più cosa fare, questo ti
dico, voglio dirti questa cosa di non volermi, non farmi male, la
violenza, lo spago, le navi, voglio prendere navi e navi e a bordo
dirti “mia diletta” e perdere conoscenza, svanire con te, con la tua
immagine, la tua migliore apparenza, la mia realtà comica di noi due
sviluppati, immobili, e sorseggiare il nostro vino, il liquore, il
dolce, l’amaro, l’insaporito, l’insipido, e correggerlo nel dire
“acqua fresca”, nel dire “l’acqua di sorgente” ed è questo che sei,
ecco cosa ti dico, ascoltami: acquatica, sei blu e acquatica, un
pesce, una forma di vita, un’intera ferramenta, un salotto, un
appartamento, non contieni niente: ospiti, sei utilissima, ti ripeti,
non mi ascolti, non mi fai partire, non mi dai spazio, non fai niente,
sei sola, sei sola, ecco cosa ti dico, sei sola, splendi sola e sei di
lusso, sei preziosa, hai valore, hai un aumento di temperatura, non ti
fai invitare da nessuno e pensi “non vale, non sono io” e non mi
ascolti, ecco cosa ti voglio dire, voglio dirti che ti guardo mente
guardi lontano, sola, mentre esisti molto, mentre sei molto di più,
sei esotica, così flessibile, così militare, bagnata, lanciata in
corsa, fermissima, una falsa partenza, una parentesi, una cosa mite,
cubica, quadrata, silenziosa, una cosa mite, ecco quello che dico:
altrove, le partenze, ne ho bisogno, ho bisogno d’altro, del tuo
morire, il tuo vissuto, il tuo quadro, la tua forma mentis: tutte
balle, tutte storie, ecco cosa ti confesso, ascoltami bene, fatti
grande: dammi valore e poi pensami, pensa cruda e intensa alle
mareggiate, agli spaghetti, le cozze, le vongole, i frutti di mare, le
ostriche, pensa al mio francese, le mie voglie, pensami, pensa a
quello che voglio, a te, come ti voglio, così, ecco cosa ti dico, sono
sincero, ti dico questo, tutto: ci pensi? mi ascolti? mi vuoi? non
chiedermelo, non farmi domande, non rispondermi, non darmi niente, non
stare lì, cosa fai, cosa credi, non fare niente, non aver paura: sono
libero, sono tornato cambiato e reso unto dal ricordo, il pensiero, il
lavaggio, il cambio d’umore e di terra, le stagioni, le serre, le
piccolezze: le automobiline, eccole, ecco i trenini, gli impianti, le
gallerie, i fumaioli, ecco cosa volevo dirti: non ci sei più, sei
sparsa, volontaria e frontale e scomparsa da tutti gli scenari, tutti
gli ultimi, i principali, i primi, guarda, piglia su, prendi, ascolta:
non ti ricordi? ce li hai i fuochi? guarda, ti sono cascate le
braccia, guarda i pini, gli alberi, le fronde, guarda, tira su,
acchiappa, mordi, stringi e perditi, e ascoltami: chi vola muore, io
non volo, io muoio; chi vuole quello ottiene questo: il calore, le
foglie d’autunno: un mortorio; chi cerca prova a trovare la stessa via
nelle tasche, nel fondo delle bottiglie, nei doppi fondi nelle borse,
nelle stanze, nelle anticamere; i ripostigli stanno a guardare e tu
tremi e siamo daccapo, tu sei il principio e il tempo che resta, la
fine e il bandolo di quale matassa, la tua, la nostra di noi che
perdiamo l’autobus, ci scappa il riso, il filo, la delusione, non
controlliamo niente ed eccoci di nuovo inespressivi, perduti a partire
dallo zero della situazione precedente, basta zelo io mi sono perso e
ti canto di questo zucchero, questi limoni, questa arsura, ecco cosa
volevo dirti, eccomi, ti voglio dire queste cose, queste freddure,
questi climi tropicali, questi viaggi, il viaggio sei tu che torni,
eccoti cara mia, mia dolce cavigliera, grande sistema, sei il sistema,
sì, un grosso incubo, un groviglio di formule, di frasi troncate,
questa sei: una sequenza, un riavvolgimento, tutta riavvolta te ne
stai lì a guardarmi, a guardare niente, e io cerco il sollievo, ecco
cosa dico, il sollievo lo voglio, il sollievo, mi voglio rilassare,
voglio la trapunta, i materassi, questa morbidezza, il morbido delle
mie care punte, di tutte quelle frecce, quelle cose acuminate, quei
riposini li ricordo e sono quelli che voglio, con anche tutte le
sfumature del beige, i divani, un divanetto, ecco cosa voglio dire, lo
voglio davvero, così mi posso sedere, girare dall’altra parte, fare
nuovi movimenti, nuove combinazioni, nuove storielle, altri percorsi,
altri incidenti: tanto tu resti bella comunque, o non mi riconosci, o
canti, urli, o ridi troppo: non importa; porterai l’acqua, ecco cosa
dico, te lo dico che porti l’acqua alla fonte, la riporti indietro, me
la riporti, me la tiri addosso, mi spruzzi di gioia, tante gocce
ognuna un divieto, una parola proibita che è “forse”, “anzi” o chissà,
non è questo che voglio dirti, non è a te che voglio parlare; non
voglio parlare, non voglio cambiare nazionalità: sono troppo duro,
troppo tenuto insieme, non cado a pezzi e non perdo niente, solo a
volte ti lascio un po’ andare, piccola mia, mia dolcissima, aria mia
irrespirabile, mio polmone, mia struttura, la mia organizzazione
prediletta, stammi a sentire: sono arrivato l’altro ieri ed il cesto
l’ho posato a terra e tu non ci hai tirato fuori niente, come dire
nulla o qualcosa, qualcosina, una piccola feritoia, un artiglio, una
cosa davvero brutta, un che di imprigionato ti teneva ferma rabbiosa e
distante, altra, separata; “ma cosa m’hai portato” ti sei arrabbiata e
sei giunta a questo punto per non starmi a sentire, per non parlare
mai più; ma io ti voglio dire questo, senti, ascolta qua: hai tante
parti ma tutte freddine e io non obietto niente, non faccio presente
che capisci, non m’interessa, mica esisto, mica sono solido, mica sono
sempre lo stesso, capisci? leggi, senti: sei il mio scopo (uno) la mia
azione (due) la mia sonda spaziale (tre) e basta, e senti coma va via
la vela? senti come si parte, come ci si soffia via, guarda, goditi
questo momento, prendimi, entrami nelle cavità, costringimi a tutto
perché non ti ho detto i miei sbagli, non ti ho fatto niente, ti ho
dato una speranza casuale poco credibile e quando hai voluto
accorgertene, quando hai voluto tagliarti i capelli, l’hai preteso, “i
capelli” hai intimato, quando l’hai fatto io sono stato buono e ho
rotto il servizio da tè, come volevi, il servizio da dodici, come
volevi, ho tirato le tende, le ho date in pasto al tuo animaletto,
come volevi, e mi sono lavato come volevi e ho comprato gli attrezzi
ginnici, come volevi, e le cime, erano quelle che volevi, e frutta, e
come volevi una piscina gonfiabile, e gli attrezzi ginnici te li ho
allestiti, preparati, e tu hai detto “allenamento” e mi hai spezzato
la schiena, hai divorato metà di me, di questo corpo o dell’altro, e
io sono stato fiero, felice, fiero, e ho detto “alla fine” e così
tutti e due eravamo cibati, sazi; e adesso mentre dici che non è
giusto io voglio dirti questo, ecco cosa ti voglio dire: non è giusto,
è un’ingiustizia, è una scala mobile guasta, un dirupo, una cosa
bellissima; un orrido, una cascatella, una nuvoletta, una striscia di
nastro adesivo color ardesia, ma tu guarda, una combinazione, una
foresta nera, un gallo, un addetto alle spedizioni: un videogame; e
mentre dici che è meglio così, che è andato tutto bene, sentimi, senti
qua quello che ti dico, senti cosa voglio dirti: ho fame e la verità
l’ho detta a tutti, a tutti quegli altri, quelli fuori, quelli dentro,
quelli là, questi qui, la folla, gli altri, i predoni, i pirati, i
banditi, i cagnolini, le scimmiette, gli altri che non siamo noi, che
eravamo un po’ meno definiti, che non ci siamo più, che non ci
ascoltiamo, che non ci ascoltino mi raccomando, parlo al plurale dato
che so chi sei: sei lì, sei tu, sei un abbandono vivente, una cosa
morta, uno svivacchiare sereno, una bugia, un’approssimazione, un
significato: sei divina, manchi a tutti, non arrivi da nessuna parte,
nessuno ti conosce, nessuno lo sa le cose che mi hai insegnato, che mi
hai insegnato delle cose, mi hai minacciato, mi hai insegnato le
minacce, le vacanze, i vuoti, le restituzioni, questo m’hai insegnato,
e non mi hai mai detto niente e adesso non ci sei più, eccoti, sei qui
e mi ascolti attenta ed io ti dico questo, solo questo ti voglio dire,
ti dico: che ore sono, che cosa manca, per favore uniscimi,
tratteggiami, fammi a pallini, fammi dei motivi sulla pelle, dammi
l’astratto, il concetto, il punto, i pois, dammi le lamelle, le
rotelline, gli ingranaggi del nostro meccanismo, fammi stare zitto:
ridi: ecco cosa ti dico: fatti mia, fatti comprensibile, concediti,
sdraiati, spogliati, costruisciti il corpo e donami qualcosa, una
scelta, una visione, una manina: fammi un danno. Perché, cara Sabrina,
amore mio inesistente, è questo che voglio dirti: è questo che voglio.