sabato 21 maggio 2011

senza nomi

ma quale gioia è autentica per creature di così tanto peso?

quale spirito se non pochi fiati, sete e agonia? oppure così martiri nelle fiamme

o fruscianti di nere ombre, sotto gli altari. quale pietà? e nondimeno straripano di opinioni, se saziati.

ma come dimenticarsi essendosi addosso? una voce: il pensiero è un’estesa infezione: amore: sapere parlare con delicatezza.

conosceranno mai terra ed ebbrezza le loro bocche?

penso con orrore alle secche ore d’assenza che mi porgeva…

certo la presenza è affannosa: - e lo chiamerei dolore se non sentissi questa brezza –

ma è un profilo di esile chiarezza che tra i fraseggi leggeri di mirò che zampetta, mi abbandona tra la tenera erba

di penombre vellutate: ricamo spiriti nell’aria

come la vita

fosse una sparsa distanza di luoghi. senza nomi.


domenica 12 dicembre 2010

nuance

se stratificano i muri queste ore d’inverno, come argilla

e qui l’acqua è qualcosa che lentamente striscia fuori dal sottosuolo,

non avremo nient’altro che fango: e non si tratta più di plasmare,

ma di distinguersi dal materiale (innanzi tutto) per spaziarsi

nella misura in cui permane la stessa distanza dai corpi

e questo non è scavare, ma sentire il fango, il dispiegarsi della pelle,

dove il tocco, ora lo scarto.


vidi inghiottire ampiezze nelle più convulse penetrazioni

ma la venuta è nell’alba, che si schiarisce l’iride e pesano i palmi

come i passi addosso al cielo, verso casa:

come il soffio che increspa lo sguardo sul pelo dell’acqua,

come si sparge l’ombra e si discerne pane e grazia e porzioni:

è soltanto il tuo ruvido callo, il tratto, quel viso, la ruga

accanto al mio sorriso, il colorito. distinzioni.


lo svolgimento è nel sudore

ed io esaudivo il tremito distinto delle gocce, l’inflessione di quelle

proposizioni di spazio e giustapposizioni - quando

la mano strinse le grinze del panno – dov’è chiaroscuro,

ed evidenza: la slogata estensione del modo, l’affanno

di farsi presenza – vedere, com’è straniante l’ampio

disvelarsi delle rughe del corpo, scolpendosi il dorso

nello spasmo.

mercoledì 8 settembre 2010

senza titolo


Sperare buone cose, com'è ovvio che sia

sulle pietrose vie che affollano

i presagi di là dai ponti


ma solo gli stadi amniotici mi competono ancora

e qualche inconveniente

come al risveglio. Quel mattino di sole


bello, poco altro.


A parte una notte

tutta passata con un bolo denso nella gola: che è legittimo, certo.

Quanto

questo stato di cose che ho impastato

al tono opaco

dei pochi attimi

che ho saputo trattenere

e l'ho spostato

mille volte il fuoco dal fatto al discorso

ottenendo

lo stesso quadro... forse un poco mosso.


  • è lei, la vedi che è stanca, ma gli parla

sui gradini e quella che taglia e s' incide

è l'immagine di bocche semiaperte

e parole ampie a imperlare la notte.


Ma tutto finisce

a sbattere sul solito scoglio e sento

netto che spartisce le acque dall'olio

che sapevo bene si sarebbe finiti

ammollo

come panni in bacinella a scolorire

e imbastire fantasie come cuscini

quando è tardi

troppo tardi oramai.


Questo lo capirà

e risponderò di me

rattoppando a casaccio il vibrare

della mia eco mentale con parole


a mezza voce: il mio canale senza foce.



Sarà anche questa una ridicola alba

in cui sbiadire nella luce

e dormire un poco, finalmente.

sabato 28 agosto 2010

chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà

lunedì 12 luglio 2010

mercoledì 23 giugno 2010

il linguaggio è solo un fenomeno adattivo tardo proprio di una specie di primati. (forse non è nemmeno un fenomeno adattivo, ma un prodotto genetico casuale)

venerdì 28 maggio 2010

senza titolo


farneticavo un poco quella sera
con gli occhi interrotti da te
che puoi parlare
stringevo, guasta, in mano la rosa
che mi hai voluto regalare

ingiusta, forse
cucendo un dolore all’orlo di ogni ombra.
è che serve un merletto alle ore
nell’unto delle strade appannate
quando qualcosa tra nebbie sottili
appare nell’estate di corti e campanili

impregnando le orbite nere
disciolse in guazzo
con ogni parola che puoi pronunciare
gli aloni d’ambra dei profili
lunghi dei canali
insinuando pensieri sottili
nelle fondamenta
nella pietra dei muri
nell’erosione lenta
fino alle carni e divenne placenta
senza potenza
solo un abbozzo, certo.

forse è perché la madre non perdona
dall’istante in cui espelle
al mozzo giorno di maggio
la pozza di sangue che vede ancora
salire attorno a me che mangio
e deglutisco vermi a pranzo
nella pulizia di quella sua cucina in periferia.

soltanto un pianto di cose avariate nella testa
su questo rinnovato
manto marino odoroso di spruzzi
e aspettavo tra i pozzi del campo
a capo chino, mesta
la commozione per una parola onesta.

mercoledì 14 aprile 2010

via marco polo


su di me
il tuo piccolo riposo nella luce
che sparpaglia
d’un giorno il riflesso
in spesso denso fluido
increspato e verde

si squagliava

ormai ogni mio istante

e ti vibravano lente nel respiro
sino alle premesse delle mie sere d’estate al parco
quelle poche cose che rimangono sul nostro materasso
accanto al terrazzo steso al suolo
al terzo piano di via marco polo che parla
ma la mia voce
veloce si tarla di azzurro fumo:
ti guardo poi dici - mi piace
quella ruga (in un sussurro)
- quale?
- quella che ti viene quando sorridi…

nel profumo marino che sale le scale: aprile
mi fruga
cancella la bile d’un bosco lontano
ed infesta
di profili chiari la testa
nell’innocente incoscienza che porto
onesta sospiro sottili trame
in cui luminosa resta incisa
soltanto la traccia
d’un viale di cipressi che passa
e una distesa aperta per la distanza
di viti ed uliveti
Occhi neri che ride e tu
che tagli le reti.

martedì 2 febbraio 2010

[da quando ho letto Jung mi sento del liquame dentro al petto]

da quando ho letto Jung
mi sento
del liquame dentro al petto

- che cosa non ti ho detto?

un momento, Disgrazia
in unità di senso perfetto
un equilibrio addenso in difetto
e penso
a poi quante promesse
mangiano da verme nel corpo, invece
noi siamo ai battenti dell’ultimo tempio
giunti su passi attenti mossi
mentre io mi raccontavo
orma su orma

un lamento, è quella merda che ritorna…

dove riposa sciolta e vuota
la carezza dei rintocchi?
parla tutta una notte se gettata nei gorghi
celesti dei santi
chiudo gli occhi
se ci sei tu che mi guardi

muti e disarmati…
oppure sarei stata la sarta
( con una scorta di tempo buono
nella cruna di ogni ago ) se lacerati

ma resto in un lago di lava
coi lenzuoli tra le braccia

- è che ho sempre e solo scritto poesie d’amore,
per quel che contava

leva le mani dalla faccia
che siamo premesse di soli
con raggi pendenti
dal cielo d’un foglio di carta
e con ogni sorta di visione
disegni una casa in collina con l’orto
ed un porto di mare senza persone

- all’età matura non ci voglio giocare…

a me
che ritaglio nuvole di cartone

giovedì 14 gennaio 2010

Alexander Platz



ma solo sospeso
ed è puro sospetto: e chissà
se veramente guardavi “il Bacio” sul muro
soffocati i conati di un lutto
mentre io
sgranavo gli occhi al tetto…

è con tutte le impazzite tinte della tua vista
che sono apparsa

la Vergine che sfama impudente

solamente che non ti avevo mai sentito cantare
e non avrei voluto perdere il senso del crollo
con tutto lo strepitare che c’è in questo mio stare
che é la metà
di una sfera cava su cui scivolare,

ma Alexander Platz
è una spirale che sale
sulle fondamenta delle metropolitane

non sento altro che vociare _ un violino impazzito
e scaveremo tane nel pane quotidiano
nel tuo fiato stordito, nello stupito mio fare
indecente… se esaudirei con piccole mani
quella tua morte innocente?

- amore mio che mi lasci
baci al gin tonic sui seni
mentre sostieni aperta la soglia.

potremo mai più
negare d’essere tornati
dove aperto e tattile
si apre il luogo del perdono alle cose violate?
al mero svolgersi di alcune giornate? il colore
delle acque
ti appartiene
tra le chiazze nere degli angoli scuri
e i giardini e scongiuri - per sempre
adesso che il tempo breve delle cose lo vedo
e mi strazia tra gli anni
perché mi resti sulle anche? e mi condanni…?

ma in quel preciso istante
si stava al cuore di tutte le cose …e sarà così
che stringerai le braccia alla vita intera
ed il sussurrare tra i cuscini
odorosi e la faccia…
la sera.


Gennaio 2010

lunedì 11 gennaio 2010

Antonio Koch _ Cara Sabrina

Cara sabrina,

ti voglio dire sedici cose, ti voglio dire che finalmente sono qui, ce
l’ho fatta, m’hanno fatto cantare, me l’hanno fatta, m’hanno preso la
testa, sono riusciti a farmi frate, ci sono riuscito, questa è la
prima volta che mi arrotolo ed è un continuo finale, un coro, un amen,
ma io ti voglio dire che la chiesa non c’entra, non c’era la chiesa in
quel momento, in quel luogo, qui, tra noi, e che non c’è stato mai
niente tra me e i discorsi, voi, tu, lei, tu le tue parole non te le
sapevi mettere, le avevi prese da me, da un’altra parte, da un’altra
parte di chi, di me che volevo come voglio chiederti il perché e
l’anzi, il prima, il dopo, e voglio chiedertele queste cose, voglio
averti profumata rossa come ai vecchi tempi, come quando non c’eri,
come quando romantici correvamo sulle pianure, sulle salite, sulle
montagne, dolci, strappando fiori e ali che non ci volevano, non ci
volevano più, e ci siamo fermati e io questo te lo voglio dire, queste
cose che ti voglio dire te le voglio piantare nel corpo come una cosa
che ti pianto nel corpo, una metafora; e la terza è questa: sai
contare? perché me ne mangiavi troppe, di mani, me le toglievi di
dosso, scappavi, ti ricordi com’eri piena e come sognavi di cinema, di
noi nel cinema, nei cinema, nei locali bui, negli interrati, e mai che
laggiù ti sia rimasto un fotogramma, qualcosa, niente, ecco cosa ti
voglio dire, voglio dirti questo: abbracciamoci, ma in ordine sparso;
sii seria: non sanguinare, non fare questo, non strapparti le cose,
lìberati: chiudi la bocca, questo è il passato, l’io nostro complesso,
noi, io che ero facile facile, un po’ piegato, un po’ stanco di starti
sul dorso, di pesarti, e i nostri oggetti, le nostre parole grosse, le
tue, le tue dita così sottili, così arcuate, e la tua vita, la tua
circonferenza, i fianchi, il tuo corpo steso là al sole, al fiume, sui
panni, sui mattoni, sugli attrezzi, sui libri delle fiabe, che
bellezza, non parlavamo, che roba, che tempi, che anni, che starnuti,
che volontà, un brutt’affare, una brutta storia, una vita, un bullone,
tu stesa là più materiale delle cose, delle valigie, ecco cosa ti
dico, senti, ascolta, ecco cosa voglio dirti, tieni a mente, ricorda,
vorresti essere qui, vorresti stare in pace, alzarti, vuoi avermi, ti
vuoi, ti vuoi muovere, darti una mossa e non ce la fai, vedi, eccoti
che ti schiacci, che non mi ascolti, ecco cosa ti voglio dire: mi fai
furbo, mi fai il sesso, mi costruisci i capelli attorno alla testa, mi
tracci dei cerchi, mi misuri, volgarotto e distante, dal sotto in su e
da un lato all’altro e ridi, ecco cosa volevo dirti, cosa voglio, cosa
ti dico, sei frettolosa, sei curabile, sei più utile che vile, piatta
e superba, lunga e stabile, emotiva, medicinale, sei studiosa, perdi
il cervello per strada, perdi me, i fumetti, raccogli le spine e ti
bruci, raccogli i cerini, le scatole, i biglietti, gli inviti, gli
omaggi e me li strappi sopra, addosso, mi vieni addosso, mi butti, me
lo permetti, ti puoi permettere di vedermi, di ascoltare, ecco cosa ti
dico, senti, guarda: prendili, guarda questi occhi, questo tavolino,
vedi cosa c’è da bere, cosa c’è, qual è la domanda, questo ti dico, la
risposta, l’interrogativa, la desinenza, il tempo verbale; a che
numero siamo? dov’è il forse, il nocciolo, la parte, la mia parte, la
battuta che manca, la quinta, il fondale; dove sono i tecnici del
suono? senti qualcosa? questo, mia martire, mia freccetta, ti dico,
questo voglio dirti, sentimi bene, fammi preciso, dammi tempo, fidati,
prova il mio gusto: voglio dirti che ho sbagliato, che capisci, che
stai a sentirmi, che non capisci niente e io sono in grado di passare
da troppi punti, da qua a quella e quello e quest’altro,
qualcos’altro, comunque, le lettere, le C e le Q, le (ah) vibrazioni,
ecco, vieni, senti: come vibri, vibra, le vibrazioni sono tu che
fremi, ti alzi: ho smesso di parlare, smetto, concludo: mi siedo, e
non puoi toccarmi, al pianoforte: così ridi, ridi ridi, prendi
contatto, prendi tutto, me mi prendi e in sogno passionale mi
accoltelli, mi ferisci, mi recidi in tre punti, mi guardi di
sottecchi, ridi sotto i baffi, ti sdrai, ti riposi, scalci gridando le
mie parti vecchie, le mie cose mancanti, tagliate, le asportazioni, i
resti, le mance; avanzo qualcosa, ecco cosa ti dico, non c’è problema,
non ce n’è, non c’è tempo e io ti voglio dire che non c’è matematica,
non c’è scampo, fuga, buchi, giochetti, saltelli, niente, come sono
felice, ecco cosa ti voglio dire, la tua foto, le tue foto, ecco cosa
voglio fare, rifarti la foto, quella, la mia, le mie foto, ti rifaccio
il ritratto, ti stampo sul muro tra gli alberi, scatto: vivi, andiamo
su, vèstiti, prepàrati, salta, corri, vieni, andiamo nel giardino,
scendiamo giù dalle scale, caschiamo, voliamo, torniamo di sopra e
dimmi quella parola, quella: approfittiamone; e mi si spezza il
momento, sono io, mi si spezza un osso, un braccio, un qualcosa di
rigido, mi cadi in braccio, mi scendi giù per di qua, mi fai a
pezzetti e c’interrompe la telefonata: “pronto? è tutto staccato,
tutto a fili, filamenti, bave, chiazze secche, visioni di mare, di
porti” e i ponti rimasti fanno i lamenti, chiedono cibo, sono vuoti,
sono colorati porpora, bruciati, cinematografici, sono in pellicola,
stranieri; sono loro, sono i nostri, ecco le cose che ti voglio dire,
ecco che ti dico: bravissima, fammi i complimenti, stammi a sentire:
resta aperta, almeno, resta in aria, respira, o no; galleggia, trema,
prendi questo, dammi il contesto, la stanza, arieggia l’ambiente,
profùmati, stai ripetuta, stai dinamica: resisti, ti dico, fai la
competizione, e le cose tutte che ti circondano ti coprono d’oro, ti
fanno brillare, ti fabbricano, ti costruiscono, ti mettono i pezzi, le
catene, i cerchietti, i diamanti, gli uncini, di questo sto parlando,
di questo che ti dico, il nero, il fumo, quello che volevamo, freddo,
terso e notturno: il nostro sempre preferito, il nostro attimo, la
nostra unica mano, la grammatica, le regole, la regola del collo, la
legge, le leggi del tuo collo, dei suoi movimenti, il suo finire, la
sua curva, la sua superficie, le sue misure: affari tuoi: contenta?
ecco cosa ti ho detto, questo ti voglio dire: contenta? e mi tiri le
dita, mi tormenti, mi lanci lontano, mi scrivi le lettere, le
passioni, mi circondi di orchestre, di strumenti a fiato, elenchi,
numeretti, paradossi: come t’amo, come t’invidio; è una demolizione,
un dato di fatto, una farsa, un cappotto, una mezza stagione, un
recinto, un animale: ed è il tuo squittìo, di te che ti lamenti, ti
fai seria, ti scurisci; mi ascolti? questo è quello che ti chiedo, che
ti dico, voglio dirti questo: da qui a dove siamo arrivati c’è un’aria
da deserto, delle modifiche, delle pose sabbiose, affascinanti,
istantanee di te che ti trucchi, ti fai diversa, simile, ti aggiungi
delle cose, te le appiccichi sulla faccia, sulle guance, altre guance,
altri menti, altre ciocche di capelli; ti pungi, ti intristisci,
collabori, svilisci, sfotti e resti sola: piangi: fine, ecco cosa ti
dico, e ti dico questo, te lo dico così, un po’ falso, un po’
automatico, cieco da un occhio ma nelle mani non ho niente, non
stringo niente, non sono tecnico, sono moderno, computerizzato,
letterario: mitico: arcigno e deluso, ecco cosa vuoi sentire, cosa
vuoi dirmi, cosa vuoi suggerirmi, ma ti dico altro, ti dico questo:
hai fatto i compiti? sì, li hai fatti copiare, me li hai dati, me li
hai fatti mangiare, me li hai presi dallo stomaco; sei universitaria,
studiosa, letterale, precisa precisa, netta, sfumata, scontornata, sei
bellissima, eccoti là, te lo dico, sei pelle e ossa, western, e
cavalchi l’enigmistica, dai le definizioni, i casi, le statistiche, i
consigli, le obiezioni, ecco cosa sei, cosa dici, sei quello che dici,
non sai quello che sei, non hai la pace, la pazienza: sei innamorata,
sei di più, di meno: scolastica; non sai mai cosa usare e a proposito
di questo ecco cosa voglio dirti, cosa ti voglio dare, prendi, voglio
darti questo, questa collezione, l’arte dei silenzi, dei sillabari,
dell’alfabeto, delle cose che non c’entrano, non servono, non ci sono:
i ministri, le strade; le ansie, i fiumi; di ciò abbiamo già parlato,
ce ne siamo fatte di risate, di noie, di cene, ma io non sapevo
aspettare, non volevo fantasia, volevo vivere, volevo cani e gatti,
animali domestici, pets, festicciole, non volevo mica che mi
capissero, nulla volevo capire io, ti volevo sopra, volevo farmi
schiacciare e l’ho ottenuto il premio, il walkman, la musica, me l’hai
data tutta, ti sei fatta mia, ti sei fatta pregare, ecco guarda,
senti, ascolta, senti cosa voglio dirti, queste cose, ti dico: non
sei, non eri tu: era la tua voce, la tua risata, le tue risa, i tuoi
polsi, le tue forchette appese, le tue matite, i tuoi appunti, i tuoi
fogli, i foglietti, le risme di carta, le tue carte, le cartoline, le
lettere, i quadretti, il brogliaccio; ecco, capiscimi, fatti portare,
fatti dare gli ordini, perdi importanza, assèntati, manca: bevi,
finisci, vai, vieni, andiamo al ristorante; qui paghi il conto e
t’innervosisci, ti rilassi, vai a capo, hai capi e code, hai tutto,
sei ricca, sei mostruosa, mi prendi la mano e dolce mi sussurri
argomenti, variazioni, stati di cose, presenze, allucinazioni,
confidenze, un incubo qua e uno là, certi affari, certi regalucci,
intenzioni, modi di dire, coriandoli, vezzeggiativi, manie, e ti
descrivi, ti descrivo, mi descrivi i tuoi modi di usarti, di esserti
comoda, di vincere, e i procedimenti, le valutazioni, le stime, i
rischi, come fare bene i calcoli, i tuoi calcoli, mi metti a parte di
quegli amori, quei brutti pennarelli, quelle cose che usi per
presumere, per essere al corrente, sempre informata; così ti dai,
“questo” dici e questo che dici non ti fa né bella né niente: perdi il
vantaggio, arretri, ti prendi paura, non sai più cosa fare, questo ti
dico, voglio dirti questa cosa di non volermi, non farmi male, la
violenza, lo spago, le navi, voglio prendere navi e navi e a bordo
dirti “mia diletta” e perdere conoscenza, svanire con te, con la tua
immagine, la tua migliore apparenza, la mia realtà comica di noi due
sviluppati, immobili, e sorseggiare il nostro vino, il liquore, il
dolce, l’amaro, l’insaporito, l’insipido, e correggerlo nel dire
“acqua fresca”, nel dire “l’acqua di sorgente” ed è questo che sei,
ecco cosa ti dico, ascoltami: acquatica, sei blu e acquatica, un
pesce, una forma di vita, un’intera ferramenta, un salotto, un
appartamento, non contieni niente: ospiti, sei utilissima, ti ripeti,
non mi ascolti, non mi fai partire, non mi dai spazio, non fai niente,
sei sola, sei sola, ecco cosa ti dico, sei sola, splendi sola e sei di
lusso, sei preziosa, hai valore, hai un aumento di temperatura, non ti
fai invitare da nessuno e pensi “non vale, non sono io” e non mi
ascolti, ecco cosa ti voglio dire, voglio dirti che ti guardo mente
guardi lontano, sola, mentre esisti molto, mentre sei molto di più,
sei esotica, così flessibile, così militare, bagnata, lanciata in
corsa, fermissima, una falsa partenza, una parentesi, una cosa mite,
cubica, quadrata, silenziosa, una cosa mite, ecco quello che dico:
altrove, le partenze, ne ho bisogno, ho bisogno d’altro, del tuo
morire, il tuo vissuto, il tuo quadro, la tua forma mentis: tutte
balle, tutte storie, ecco cosa ti confesso, ascoltami bene, fatti
grande: dammi valore e poi pensami, pensa cruda e intensa alle
mareggiate, agli spaghetti, le cozze, le vongole, i frutti di mare, le
ostriche, pensa al mio francese, le mie voglie, pensami, pensa a
quello che voglio, a te, come ti voglio, così, ecco cosa ti dico, sono
sincero, ti dico questo, tutto: ci pensi? mi ascolti? mi vuoi? non
chiedermelo, non farmi domande, non rispondermi, non darmi niente, non
stare lì, cosa fai, cosa credi, non fare niente, non aver paura: sono
libero, sono tornato cambiato e reso unto dal ricordo, il pensiero, il
lavaggio, il cambio d’umore e di terra, le stagioni, le serre, le
piccolezze: le automobiline, eccole, ecco i trenini, gli impianti, le
gallerie, i fumaioli, ecco cosa volevo dirti: non ci sei più, sei
sparsa, volontaria e frontale e scomparsa da tutti gli scenari, tutti
gli ultimi, i principali, i primi, guarda, piglia su, prendi, ascolta:
non ti ricordi? ce li hai i fuochi? guarda, ti sono cascate le
braccia, guarda i pini, gli alberi, le fronde, guarda, tira su,
acchiappa, mordi, stringi e perditi, e ascoltami: chi vola muore, io
non volo, io muoio; chi vuole quello ottiene questo: il calore, le
foglie d’autunno: un mortorio; chi cerca prova a trovare la stessa via
nelle tasche, nel fondo delle bottiglie, nei doppi fondi nelle borse,
nelle stanze, nelle anticamere; i ripostigli stanno a guardare e tu
tremi e siamo daccapo, tu sei il principio e il tempo che resta, la
fine e il bandolo di quale matassa, la tua, la nostra di noi che
perdiamo l’autobus, ci scappa il riso, il filo, la delusione, non
controlliamo niente ed eccoci di nuovo inespressivi, perduti a partire
dallo zero della situazione precedente, basta zelo io mi sono perso e
ti canto di questo zucchero, questi limoni, questa arsura, ecco cosa
volevo dirti, eccomi, ti voglio dire queste cose, queste freddure,
questi climi tropicali, questi viaggi, il viaggio sei tu che torni,
eccoti cara mia, mia dolce cavigliera, grande sistema, sei il sistema,
sì, un grosso incubo, un groviglio di formule, di frasi troncate,
questa sei: una sequenza, un riavvolgimento, tutta riavvolta te ne
stai lì a guardarmi, a guardare niente, e io cerco il sollievo, ecco
cosa dico, il sollievo lo voglio, il sollievo, mi voglio rilassare,
voglio la trapunta, i materassi, questa morbidezza, il morbido delle
mie care punte, di tutte quelle frecce, quelle cose acuminate, quei
riposini li ricordo e sono quelli che voglio, con anche tutte le
sfumature del beige, i divani, un divanetto, ecco cosa voglio dire, lo
voglio davvero, così mi posso sedere, girare dall’altra parte, fare
nuovi movimenti, nuove combinazioni, nuove storielle, altri percorsi,
altri incidenti: tanto tu resti bella comunque, o non mi riconosci, o
canti, urli, o ridi troppo: non importa; porterai l’acqua, ecco cosa
dico, te lo dico che porti l’acqua alla fonte, la riporti indietro, me
la riporti, me la tiri addosso, mi spruzzi di gioia, tante gocce
ognuna un divieto, una parola proibita che è “forse”, “anzi” o chissà,
non è questo che voglio dirti, non è a te che voglio parlare; non
voglio parlare, non voglio cambiare nazionalità: sono troppo duro,
troppo tenuto insieme, non cado a pezzi e non perdo niente, solo a
volte ti lascio un po’ andare, piccola mia, mia dolcissima, aria mia
irrespirabile, mio polmone, mia struttura, la mia organizzazione
prediletta, stammi a sentire: sono arrivato l’altro ieri ed il cesto
l’ho posato a terra e tu non ci hai tirato fuori niente, come dire
nulla o qualcosa, qualcosina, una piccola feritoia, un artiglio, una
cosa davvero brutta, un che di imprigionato ti teneva ferma rabbiosa e
distante, altra, separata; “ma cosa m’hai portato” ti sei arrabbiata e
sei giunta a questo punto per non starmi a sentire, per non parlare
mai più; ma io ti voglio dire questo, senti, ascolta qua: hai tante
parti ma tutte freddine e io non obietto niente, non faccio presente
che capisci, non m’interessa, mica esisto, mica sono solido, mica sono
sempre lo stesso, capisci? leggi, senti: sei il mio scopo (uno) la mia
azione (due) la mia sonda spaziale (tre) e basta, e senti coma va via
la vela? senti come si parte, come ci si soffia via, guarda, goditi
questo momento, prendimi, entrami nelle cavità, costringimi a tutto
perché non ti ho detto i miei sbagli, non ti ho fatto niente, ti ho
dato una speranza casuale poco credibile e quando hai voluto
accorgertene, quando hai voluto tagliarti i capelli, l’hai preteso, “i
capelli” hai intimato, quando l’hai fatto io sono stato buono e ho
rotto il servizio da tè, come volevi, il servizio da dodici, come
volevi, ho tirato le tende, le ho date in pasto al tuo animaletto,
come volevi, e mi sono lavato come volevi e ho comprato gli attrezzi
ginnici, come volevi, e le cime, erano quelle che volevi, e frutta, e
come volevi una piscina gonfiabile, e gli attrezzi ginnici te li ho
allestiti, preparati, e tu hai detto “allenamento” e mi hai spezzato
la schiena, hai divorato metà di me, di questo corpo o dell’altro, e
io sono stato fiero, felice, fiero, e ho detto “alla fine” e così
tutti e due eravamo cibati, sazi; e adesso mentre dici che non è
giusto io voglio dirti questo, ecco cosa ti voglio dire: non è giusto,
è un’ingiustizia, è una scala mobile guasta, un dirupo, una cosa
bellissima; un orrido, una cascatella, una nuvoletta, una striscia di
nastro adesivo color ardesia, ma tu guarda, una combinazione, una
foresta nera, un gallo, un addetto alle spedizioni: un videogame; e
mentre dici che è meglio così, che è andato tutto bene, sentimi, senti
qua quello che ti dico, senti cosa voglio dirti: ho fame e la verità
l’ho detta a tutti, a tutti quegli altri, quelli fuori, quelli dentro,
quelli là, questi qui, la folla, gli altri, i predoni, i pirati, i
banditi, i cagnolini, le scimmiette, gli altri che non siamo noi, che
eravamo un po’ meno definiti, che non ci siamo più, che non ci
ascoltiamo, che non ci ascoltino mi raccomando, parlo al plurale dato
che so chi sei: sei lì, sei tu, sei un abbandono vivente, una cosa
morta, uno svivacchiare sereno, una bugia, un’approssimazione, un
significato: sei divina, manchi a tutti, non arrivi da nessuna parte,
nessuno ti conosce, nessuno lo sa le cose che mi hai insegnato, che mi
hai insegnato delle cose, mi hai minacciato, mi hai insegnato le
minacce, le vacanze, i vuoti, le restituzioni, questo m’hai insegnato,
e non mi hai mai detto niente e adesso non ci sei più, eccoti, sei qui
e mi ascolti attenta ed io ti dico questo, solo questo ti voglio dire,
ti dico: che ore sono, che cosa manca, per favore uniscimi,
tratteggiami, fammi a pallini, fammi dei motivi sulla pelle, dammi
l’astratto, il concetto, il punto, i pois, dammi le lamelle, le
rotelline, gli ingranaggi del nostro meccanismo, fammi stare zitto:
ridi: ecco cosa ti dico: fatti mia, fatti comprensibile, concediti,
sdraiati, spogliati, costruisciti il corpo e donami qualcosa, una
scelta, una visione, una manina: fammi un danno. Perché, cara Sabrina,
amore mio inesistente, è questo che voglio dirti: è questo che voglio.







giovedì 17 dicembre 2009

monologo dei cretini _ Carmelo Bene


Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.
Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.
Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.
San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.
Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.
Tutto quanto è diverso, è Dio.
Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.
Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti - ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.
Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perchè senza intenzione,inetto.
Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.
Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati - erano di pietra gli strati - li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.
Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.
I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti preghiere - e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’ umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione.

venerdì 11 dicembre 2009

Endemia

Hans Hartung, 'Abstract', Painting on Board




Venezia la stanno restaurando

per non lasciarla in pezzi

a pesci ed alghe, mentre

la mia generazione

con la morale

ci si sta pulendo le suole nelle calli.


ed io che la notte che seguiva

sul ponte dell’Accademia

volli sperare d’incontrarti…


la mia Endemia

negli occhi aperti da un primo mattino

e guardo

imbrigliate sul vicino

fondo dei canali

le briciole di luce

con la matassa dei mali, del freddo

tra le mani uguali ad un momento

in cui nulla si è perso nel tempo

o nel lampo d’un po’ di sgomento

per questo sospiro, un sorso, un alba…


ed io che non mento

stretta al respiro denso

con cui legavi il senso

del nostro stare in quel lasso

di mondo svuotato.


questo è il compenso

ed è tutto molto diverso

adesso

che riesci a parlarmi di quanto

ti manchi il tatto

di queste cosce calde

e tutta quest’aria

rarefacente che inverte

il conato, che poi non ho niente

e senza voce che risponda

con denso, dentro

quel primo bagliore

in cui si sprofonda.



venerdì 4 dicembre 2009

Color Caffè


Hartung Hans\1989, acrilico su tela, 130x190 cm.





essere lì col respiro aperto…
e al peso sorride
se ha gli occhi pieni
“ci sei domani?”

Color Caffè - ed io
non volevo sciogliere il burro
dell’impasto con i palmi, eppure
anche questa è una notte
di luci sprofondate
come tarme
della maglia tra le trame
è l’eccesso che si squaglia
e un riflesso che sparpaglia
nelle tempie l’accadere

- ma è altro il mondo
amalgamato nell’aria
con materie sconnesse
con le nostre stesse arterie scosse:
un lido lungo e sottile quando sono

l’amo aguzzo teso a poco
c’è quel posto dove piove
un vento che si beve
nello spiegarsi d’un volo
con quel calore inciso

nell’impalpato istante dello spruzzo.

lunedì 30 novembre 2009

lettura a 3 _ 18 Dicembre\ore 18

con mia immensa gioia sono riuscita a trovare l'occasione per leggere poesie in questa splendida isola felice che è, per me, Venezia.
avrò il piacere di leggere con due amici: Alssandro Ansuini e Antonio Kock.
la serata si svolgerà al "Venice Bar" in campo Santa Margherita alle ore 18 del 18 Dicembre.

mi auguro abbiate modo d'essere presenti, la serata promette bene!

The Smiths - there is a light that never goes out


Take me out tonight
Where there's music and there's people
Who are young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
Anymore
Take me out tonight
Because I want to see people and I
Want to see lights
Driving in your car
Oh please don't drop me home
Because it's not my home, it's their home
And I'm welcome no more
And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Such a heavenly way to die
And if a ten ton truck
Kills the both of us
To die by your side
The pleasure and the privilege is mine
Take me out tonight
Oh take me anywhere, I don't care
And in the darkened underpass
I thought "Oh God, my chance has come at last"
(But then a strange fear gripped me and I
Just couldn't ask)
Take me out tonight
Oh take me anywhere, I don't care
Just driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
I haven't got one

lunedì 23 novembre 2009

per mia Disgrazia


la direzione di un taglio
s’innesta alla radice
in cui giace il morire
di qualcosa che mangia
la fibra stanca

perché se manca un luogo
si resta soltanto perplessi.

anche ardore è cenere nell’atto

se ora avere i polsi aperti
significa amarti
nullificarmi per aversi
nei tratti costanti dei disegni
io implodo nel bolo
di atti morti sulla pelle

saremo davvero degni
di avere un mondo
quando basta il ritorno
al corpo sacro del ricordo?

è possibile

l’immunità non esiste.
si tratta di Grazia
che asciuga la bile
nell’atto in cui mordo
nel sangue che perdo
nel giorno sordo

le distanze non sono sempre le stesse

la cose che abbiamo
sono solo parole dimesse.

martedì 17 novembre 2009

cut here - the cure


“So we meet again!” and I offer my hand
All dry and english slow
And you look at me and I understand
Yeah it’s a look I used to know
“Three long years… and your favourite man…
Is that any way to say hello?”
And you hold me… like you’ll never let me go

“Oh c’mon and and have a drink with me
Sit down and talk a while…”
“Oh I wish I could… and I will!
But now I just dont have the time…”
And over my shoulder as I walk away
I see you give that look goodbye…
I still see that look in your eye…

So dizzy Mr Busy – Too much rush to talk to Billy
All the silly frilly things have to first get done
In a minute – sometime soon – maybe next time – make it june
Until later… doesn’t always come

It’s so hard to think “It ends sometime
And this could be the last
I should really hear you sing again
And I should really watch you dance”
Because it’s hard to think
“I’ll never get another chance
To hold you… to hold you… ”

But chilly Mr Dilly – Too much rush to talk to Billy
All the tizzy fizzy idiot things must get done
In a second – just hang on – all in good time – wont be long
Until later…

I should’ve stopped to think – I should’ve made the time
I could’ve had that drink – I could’ve talked a while
I would’ve done it right – I would’ve moved us on
But I didn’t – now it’s all too late
It’s over… over
And you’re gone..

I miss you I miss you I miss you
I miss you I miss you I miss you so much

But how how many times can I walk away and wish “If only…”
But how many times can I talk this way and wish “If only…”
Keep on making the same mistake
Keep on aching the same heartbreak
I wish “If only…”

But “If only….”
Is a wish too late…

giovedì 12 novembre 2009

undici meno un quarto



questo è forse solo quello che
insegna la breve linea d’acqua
col bordo umido del piede all’orlo:
chi ride è vivo
a mala pena al contorno.

conoscere il torto
quando non basta l’aprirsi dei campi
e partorire buone cose
per sentirsi più vicino
al principio: è l’onestà di tutte le cose
o il tratto arcuato del ponte
dove si è rimasti con le labbra,
parole impazzite
nella pregnante culla d’un cosmo
e le ciglia umide
davvero estatici santi al mondo
e ripetere il ritorno
come strappati alle madri

ci ritroveremo

isolati nel blu d’un interno giorno.



(Rialto, 7 novembre ‘09)

mercoledì 28 ottobre 2009

come quando fuori piove


come se fosse violenza
o comunque un fatto
e colpa.
qui è tutto fluttuante
e l'aria umida è tutto
è dentro e sotto
felicità è un passo da qui

questo chiamiamolo universo

l'immensità sono solo gocce
di tempo, la certezza
un piccolo movimento.

mercoledì 14 ottobre 2009

eroina?



riempite le tempie e, lentamente, tra fondamenta
morte
questo aversi che è un tarlo a torso aperto
- sapore di tabacco
nel morso, nelle meningi
il bronzo.
non è questo che trapassa.
non esiste dose, ma la vibrazione blu
d'un'innocenza che ammazza

giovedì 3 settembre 2009

public



se partissi sarebbe Ottobre
- è troppo presto, capisci?
direbbe - vacci
e aspetteremmo i morti
diventerebbe
per Disgrazia gli stracci

troppi gradini e ponti
sempre troppo alti

poco sazia
eppure mi piace camminare
con un sassolino nello stivale
sedere ai lati delle folle

( soggiornocucina
il tuo divano molle
svuota il posacenere

- Bella Bambina

ti bacio azzurri pallidi lidi
se poi sorrido se poi tu ridi
se mi chini di schiena
e ti ci infili )

ad indicare lo squagliato
sformato di cose
pubblicamente le nostre pose
sottili
ad espiare un poco di pena
se sconfini ripiega e stridi
se ti pare questo
è un porno
se ti pare parliamo
se ti amo
accendi un rogo e poi bruciamo

se vuoi lo rifacciamo

questo è sangue aperto a delta
la diretta consegueza di un'insistenza
fino al pianto
ed io che canto da un mese
la stessa canzone
fino al punto
che tu passi per le sfese
pazzi
per brevi intese - che mi mangi
le difese? cento anni

e qui si sciolgono le attese
ed i ricami e non mi chiami
- dì un rosario semmai...
non voglio che mi chiami

questo è vincolarsi
come all'impressione
di ninfee vaganti e posso
dimenticarmi un momento
per evocarti posso
urlare

mordere e farti male
o abbandonare












sabato 15 agosto 2009

se batti alle porte chiamandoti morte


disertare rare forme
a conclusione dei fatti
persistere sulla stessa linea sciolta
dei mille miei anfratti
infatti questa volta
mi sono spesa
agli umili per raccontarmi
la favola bella che ti esclude
dal soffio volatile ed apre alle pinete
ed io che posso illuderti
se non precludete essere la vergine
maria d’un fosso
scioglierti dal cranio le dita che tengo
un buco di stelle tra le tempie e gli ulivi
parla e poi ridi

e poi sarai contento
di quella vecchia storia in cui io mento, Apollo
non bastavi
lui ha gli occhi cavi

e sbocchi inerte stavi
inerme – e adesso?
probabilmente non parleremo mai
con la stessa distanza
del ramo del salice da terra
per gravità ed inerzia
al vento
nello stesso momento del crollo
dello sgomento
- che io a mala pena ti sento…
nella mucosa che stride
sulle divine premesse che ride
col sangue nella testa
torneremo
ad essere nella stessa identica cosa
la stessa identica posa
dimentica
che domani
sorge e crepa

indisciplina

screma e crepa
anche le panchine della stazione una sera
- al tempo che mi dica lei chi era…
adesso non posso adesso
- la linea esatta del dorso, lobo e lombo
non penso


mercoledì 3 giugno 2009

Questa Grazia


questo è quanto è tempo al tempo
che dice sempre mentre aspettando
mi verso il solito cucchiaio di miele nella tazza
a medicarmi le sere travasando il sole
nel bicchiere.

le ultime gocce brillanti di notte
le agognano gl’insonni
come sassi nei meriggi opachi aperti
ed estatiche immagini di te che scendi
l’ultima rampa di scale e mi sorprendi a fissare
quel tragico avanzo di distanza
della foga che danza, lascia in terra
quanto avanza: lo raccoglieremo
quando sarà il sottile bordo opaco
della carta da cielo dei soffitti
stelle spente
a tagliarci le vene fuse nelle attese sospese
dentro il nodo pulsante di ogni notte

_ mentre dio mi regala una febbre
di mani e di pieghe. un mortifero sogno acceso
in uno svenimento di schegge di calice arreso
al peso sparso d’un’esultanza
pacificata nelle sobrie vesti bianche d’albe come spose
ai miei nudi arti aperti in buie sfese.

ci gratteremo di dosso le croste dell’ultimo
pensiero sul rilievo e la misura di tutte le cose saremo
_ tra le nervature delle tue braccia _
noi creature nella luce al centro del buio
della piazza

_ mentre un angelo di fiamma mi regala una città intera
un palmo di mano, un muro, un suolo
edera e luna, l’ebbrezza
di tutta la bocca addosso scendendo la scala
dell’opportuna mancanza che trema
viva che strema: Questa Grazia
è colore

signorina, questa sera un atto di fortuna
vorrà la danza e la sostanza
rarefatta brezza per una madre aperta, la mia
occhi scuri, rollerà tabacco e stima
per la sua bambina in volontà di smarrimento:

un satiro, un sangue, la stirpe, un momento.

mercoledì 13 maggio 2009

io avevo tutto il sole sulle braccia

femmina misurata d’angolo, l’ileo ed il fianco
dal passo, dalle file di sassi e le briciole in cortile, le molliche
di pane alle formiche: Aprile
più che altro, trasognato

ora la guardano, sua altezza del tacco col trucco - l’urlo
strozzato accanto gemendo “scusa” d’istinto
mia brevità d’incanto, mi si spezza
l’asso tra la manica ad il polso: certo che possesso
fatto adesso… ti cercherei così
forte con le dita, le labbra, il morso: “piantala,
non posso…”

in questo dissenso condenso
ad ingorgare il sesso, a non ingoiare ancora, come l’aquila col topo
una notte intera: solo un assaggio allo sguardo
è così soltanto che posso, tutto posso, ma mi rimango
distante appena un passo.

come un Lupo, credo. Lupo chiaro
e vero, se concedo tra la fuliggine un impasto
incastro parole come a limare le trame di quell’angolo
nero fogliame e sotto e poi dappertutto sul sedile
sei bello, Apollo che ardo di questo maltrattato Maggio
ad alzare le gonne, mi sfili le scarpe, folli madonne
di preghiera, una sera intera prima di dormire
se fosse partito, Sguardo chiaro
mio proibito. adesso basta!
con quella catasta di sapere che non sappiamo
retoricamente: “dove andiamo?” sapete
io bevo perché ho sete
e non c’è Lete, soltanto la risacca tra le mie gambe
le labbra. dunque torna, Sole
di sorriso inteso a stenti, alla riga di questa schiena salda,
alle mie ciglia splendenti sgomenti di luna, alla vita tua
ebbrezza tra i fianchi d’una fortuna,
allo sciogliere della briglia che strappa – lo prende in bocca
e poi scappa, Beatrice?- un bacio conto al muro è il buono
di non avere atteso un tale risvolto della storia che siamo
ciò che ci raccontiamo.

“davvero sai schivare un riccio in queste condizioni?”
non ho interesse per le promesse e le buone intenzioni:

non mi salverei mai per volontà o condizioni. si tratta
del moto cetrifugo che m’ha sparsa. tu
al mondo apri la faccia. quando oggi mi hai cercata
io avevo tutto il Sole sulle braccia.

rapace capace e ingenua
per abitudine al protocollo del sesso, di corrente che trapassa
il petto. mi ricordo il netto bordo amaro dell’amore,
di chi lo pensava la fine incisa in questa stigma
di provincia. ora sono
la linea aperta del mio concepirmi in una sorte
trascurata - l’assenza esiste. se parli di nulla
non parli di morte.

venerdì 24 aprile 2009

poesia di sabbia



mai più
dicevo sempre credendo, in fondo
che potessi davvero fissarmi in vetro:
vero che t’ho amata, ma procedo.
in comune
rimane un’aquila di fumo: mi cerchi
tra le righe ancora vive
d’un bosco che ride. il lobo
è una regione di confine.

scopami stupido!
e sorrise. ti ricordo così, con tutto questo:
dalla nostra distanza è diverso.

amarti
è nodo di scotta
io: vela aperta e sostanza di scirocco
dalla cima alla deriva
in questa fatica di riga, amore mio
non ho più il respiro
e il fondo è pieno e sali e sbatti sotto
le palpebre serre, con quello sguardo
chiaro poco prima di varcare la soglia che scende
dalla mia voglia di labbra ansiosa, sì
che sono spigolosa.

mentre in questa stanza fa buio
so che non fingemmo
niente
solo immagino un sussurro
sotto pelle.
sarà il tempo della sabbia,
ma portavo il calice alle labbra
e la gamba e la spalla e la pioggia
davanti a quel locale dove torno: è stato
naturale
poi di rabbia. la vita si sbaglia e corre
lungo la strada asfaltata, cazzo
adesso mi ammazzo
di sesso sale e ci sbatto: vita
malinconia di sassi nel vaso in cucina
il caffè nella tazzina
mia bambina, ne parlerò a Cristina.

mio fratello nel letto (trenta perle di collana)
e le dita, dolcezza, la testa, l’inteccio e tu eri ancora
da qualche parte, ed io
inerte
senza coperte. farò altre scelte o
non sceglierò
niente.

non cercare di capire un dolore, ma farei
per ciò non parlo e non ti guardo. non mi fermo
ancora molto. non ho ragione e tu
non hai torto, ma sono figlia del morto giorno
che incide il contorno nell’arco alla spina del dorso
quando posso penso: due volte
ti venni addosso senza rendere a te
un vuoto. nessun ritorno.
non ho rimorso.

sabato 4 aprile 2009

e se avesse finto anche Ermione?


3 aprile 2009



l’istante che tremava tutta la vallata stava

sotto: sei passato. solo il tempo di passare

come sai di non sapere chi sei stato ieri se

parlavi per dolenti sprazzi e pezzi di “amore

mio” strappati agli ultimi brandelli di colore

mio amore di figa aperta e carta

straccia come la salvietta che basta

ad asciugare

lo sbavare del trucco sulla faccia, amore

credo che dovremmo cominciare bene o il

male per lasciarmi la mano e

camminare.

l’amore muore davvero in sette atti?



a Venezia lo sanno tutti, anche

che ho recitato preghiere

a memoria per ore quella notte: dopo un

anno amore mio a maglie larghe

tutto a franare e frastagliarmi le palme

adesso non parte, ecco adesso le

prime vampe, adesso “amore

fa lo stesso” mi resta questo grosso

ammasso di bianco denso di labbra

senza sesso immaginando un passo più

lungo del fosso. chi eri adesso?



si pensa ad un differente modo

d’esigenza: il passo dopo passo

di sasso in sasso al ritorno. non

mi comprerò le scarpe. ieri

ho cambiato residenza e credi

che sapevo bene su quale versante

poi non cedi e non ci credi ma

non ci si fida più di chi parla per

bisogno di non tacere. una

di queste sere avrò bisogno di scopare

come di dovere. quanto parli di te

che torni e parti. per quanto mi riguarda

rincaso sempre troppo tardi. è aprile

per avere diciotto anni.



mio fratello al telefono: sa di

sapere tutto il mio bene. gli crederò

quanto basta appena a pelo bimba

vita incerta. la tua dizione scorretta.

ed io poi sarei perfetta, culo bianco

e melanina: troietta mani fredde

che sei, cretina! ma non c’è perdono

per te questa mattina: in pegno

un ricordo.



il resto della poco adatta sindrome del

cercare gloria in una disfatta che

non esiste, infatti

non piange mai davanti agli uomini e

ai codardi, ma cade sul corpo solido

dei miei fianchi un nesso diretto a domani

che mi domandi: cosa faremo da grandi?

conto sul culo e gli affanni, amore mio:

ci sto bene nei miei panni.



fuori piove.

e se avesse finto anche Ermione?