giovedì 17 dicembre 2009

monologo dei cretini _ Carmelo Bene


Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.
Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.
Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.
San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.
I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.
Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.
Tutto quanto è diverso, è Dio.
Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.
Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti - ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.
Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perchè senza intenzione,inetto.
Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.
Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati - erano di pietra gli strati - li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.
I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio.
Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di sè. Hanno visto la Madonna. Santi.
I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti preghiere - e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’ umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione.

venerdì 11 dicembre 2009

Endemia

Hans Hartung, 'Abstract', Painting on Board




Venezia la stanno restaurando

per non lasciarla in pezzi

a pesci ed alghe, mentre

la mia generazione

con la morale

ci si sta pulendo le suole nelle calli.


ed io che la notte che seguiva

sul ponte dell’Accademia

volli sperare d’incontrarti…


la mia Endemia

negli occhi aperti da un primo mattino

e guardo

imbrigliate sul vicino

fondo dei canali

le briciole di luce

con la matassa dei mali, del freddo

tra le mani uguali ad un momento

in cui nulla si è perso nel tempo

o nel lampo d’un po’ di sgomento

per questo sospiro, un sorso, un alba…


ed io che non mento

stretta al respiro denso

con cui legavi il senso

del nostro stare in quel lasso

di mondo svuotato.


questo è il compenso

ed è tutto molto diverso

adesso

che riesci a parlarmi di quanto

ti manchi il tatto

di queste cosce calde

e tutta quest’aria

rarefacente che inverte

il conato, che poi non ho niente

e senza voce che risponda

con denso, dentro

quel primo bagliore

in cui si sprofonda.



venerdì 4 dicembre 2009

Color Caffè


Hartung Hans\1989, acrilico su tela, 130x190 cm.





essere lì col respiro aperto…
e al peso sorride
se ha gli occhi pieni
“ci sei domani?”

Color Caffè - ed io
non volevo sciogliere il burro
dell’impasto con i palmi, eppure
anche questa è una notte
di luci sprofondate
come tarme
della maglia tra le trame
è l’eccesso che si squaglia
e un riflesso che sparpaglia
nelle tempie l’accadere

- ma è altro il mondo
amalgamato nell’aria
con materie sconnesse
con le nostre stesse arterie scosse:
un lido lungo e sottile quando sono

l’amo aguzzo teso a poco
c’è quel posto dove piove
un vento che si beve
nello spiegarsi d’un volo
con quel calore inciso

nell’impalpato istante dello spruzzo.

lunedì 30 novembre 2009

lettura a 3 _ 18 Dicembre\ore 18

con mia immensa gioia sono riuscita a trovare l'occasione per leggere poesie in questa splendida isola felice che è, per me, Venezia.
avrò il piacere di leggere con due amici: Alssandro Ansuini e Antonio Kock.
la serata si svolgerà al "Venice Bar" in campo Santa Margherita alle ore 18 del 18 Dicembre.

mi auguro abbiate modo d'essere presenti, la serata promette bene!

The Smiths - there is a light that never goes out


Take me out tonight
Where there's music and there's people
Who are young and alive
Driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
Anymore
Take me out tonight
Because I want to see people and I
Want to see lights
Driving in your car
Oh please don't drop me home
Because it's not my home, it's their home
And I'm welcome no more
And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Such a heavenly way to die
And if a ten ton truck
Kills the both of us
To die by your side
The pleasure and the privilege is mine
Take me out tonight
Oh take me anywhere, I don't care
And in the darkened underpass
I thought "Oh God, my chance has come at last"
(But then a strange fear gripped me and I
Just couldn't ask)
Take me out tonight
Oh take me anywhere, I don't care
Just driving in your car
I never never want to go home
Because I haven't got one
I haven't got one

lunedì 23 novembre 2009

per mia Disgrazia


la direzione di un taglio
s’innesta alla radice
in cui giace il morire
di qualcosa che mangia
la fibra stanca

perché se manca un luogo
si resta soltanto perplessi.

anche ardore è cenere nell’atto

se ora avere i polsi aperti
significa amarti
nullificarmi per aversi
nei tratti costanti dei disegni
io implodo nel bolo
di atti morti sulla pelle

saremo davvero degni
di avere un mondo
quando basta il ritorno
al corpo sacro del ricordo?

è possibile

l’immunità non esiste.
si tratta di Grazia
che asciuga la bile
nell’atto in cui mordo
nel sangue che perdo
nel giorno sordo

le distanze non sono sempre le stesse

la cose che abbiamo
sono solo parole dimesse.

martedì 17 novembre 2009

cut here - the cure


“So we meet again!” and I offer my hand
All dry and english slow
And you look at me and I understand
Yeah it’s a look I used to know
“Three long years… and your favourite man…
Is that any way to say hello?”
And you hold me… like you’ll never let me go

“Oh c’mon and and have a drink with me
Sit down and talk a while…”
“Oh I wish I could… and I will!
But now I just dont have the time…”
And over my shoulder as I walk away
I see you give that look goodbye…
I still see that look in your eye…

So dizzy Mr Busy – Too much rush to talk to Billy
All the silly frilly things have to first get done
In a minute – sometime soon – maybe next time – make it june
Until later… doesn’t always come

It’s so hard to think “It ends sometime
And this could be the last
I should really hear you sing again
And I should really watch you dance”
Because it’s hard to think
“I’ll never get another chance
To hold you… to hold you… ”

But chilly Mr Dilly – Too much rush to talk to Billy
All the tizzy fizzy idiot things must get done
In a second – just hang on – all in good time – wont be long
Until later…

I should’ve stopped to think – I should’ve made the time
I could’ve had that drink – I could’ve talked a while
I would’ve done it right – I would’ve moved us on
But I didn’t – now it’s all too late
It’s over… over
And you’re gone..

I miss you I miss you I miss you
I miss you I miss you I miss you so much

But how how many times can I walk away and wish “If only…”
But how many times can I talk this way and wish “If only…”
Keep on making the same mistake
Keep on aching the same heartbreak
I wish “If only…”

But “If only….”
Is a wish too late…

giovedì 12 novembre 2009

undici meno un quarto



questo è forse solo quello che
insegna la breve linea d’acqua
col bordo umido del piede all’orlo:
chi ride è vivo
a mala pena al contorno.

conoscere il torto
quando non basta l’aprirsi dei campi
e partorire buone cose
per sentirsi più vicino
al principio: è l’onestà di tutte le cose
o il tratto arcuato del ponte
dove si è rimasti con le labbra,
parole impazzite
nella pregnante culla d’un cosmo
e le ciglia umide
davvero estatici santi al mondo
e ripetere il ritorno
come strappati alle madri

ci ritroveremo

isolati nel blu d’un interno giorno.



(Rialto, 7 novembre ‘09)

mercoledì 28 ottobre 2009

come quando fuori piove


come se fosse violenza
o comunque un fatto
e colpa.
qui è tutto fluttuante
e l'aria umida è tutto
è dentro e sotto
felicità è un passo da qui

questo chiamiamolo universo

l'immensità sono solo gocce
di tempo, la certezza
un piccolo movimento.

mercoledì 14 ottobre 2009

eroina?



riempite le tempie e, lentamente, tra fondamenta
morte
questo aversi che è un tarlo a torso aperto
- sapore di tabacco
nel morso, nelle meningi
il bronzo.
non è questo che trapassa.
non esiste dose, ma la vibrazione blu
d'un'innocenza che ammazza

giovedì 3 settembre 2009

public



se partissi sarebbe Ottobre
- è troppo presto, capisci?
direbbe - vacci
e aspetteremmo i morti
diventerebbe
per Disgrazia gli stracci

troppi gradini e ponti
sempre troppo alti

poco sazia
eppure mi piace camminare
con un sassolino nello stivale
sedere ai lati delle folle

( soggiornocucina
il tuo divano molle
svuota il posacenere

- Bella Bambina

ti bacio azzurri pallidi lidi
se poi sorrido se poi tu ridi
se mi chini di schiena
e ti ci infili )

ad indicare lo squagliato
sformato di cose
pubblicamente le nostre pose
sottili
ad espiare un poco di pena
se sconfini ripiega e stridi
se ti pare questo
è un porno
se ti pare parliamo
se ti amo
accendi un rogo e poi bruciamo

se vuoi lo rifacciamo

questo è sangue aperto a delta
la diretta consegueza di un'insistenza
fino al pianto
ed io che canto da un mese
la stessa canzone
fino al punto
che tu passi per le sfese
pazzi
per brevi intese - che mi mangi
le difese? cento anni

e qui si sciolgono le attese
ed i ricami e non mi chiami
- dì un rosario semmai...
non voglio che mi chiami

questo è vincolarsi
come all'impressione
di ninfee vaganti e posso
dimenticarmi un momento
per evocarti posso
urlare

mordere e farti male
o abbandonare












sabato 15 agosto 2009

se batti alle porte chiamandoti morte


disertare rare forme
a conclusione dei fatti
persistere sulla stessa linea sciolta
dei mille miei anfratti
infatti questa volta
mi sono spesa
agli umili per raccontarmi
la favola bella che ti esclude
dal soffio volatile ed apre alle pinete
ed io che posso illuderti
se non precludete essere la vergine
maria d’un fosso
scioglierti dal cranio le dita che tengo
un buco di stelle tra le tempie e gli ulivi
parla e poi ridi

e poi sarai contento
di quella vecchia storia in cui io mento, Apollo
non bastavi
lui ha gli occhi cavi

e sbocchi inerte stavi
inerme – e adesso?
probabilmente non parleremo mai
con la stessa distanza
del ramo del salice da terra
per gravità ed inerzia
al vento
nello stesso momento del crollo
dello sgomento
- che io a mala pena ti sento…
nella mucosa che stride
sulle divine premesse che ride
col sangue nella testa
torneremo
ad essere nella stessa identica cosa
la stessa identica posa
dimentica
che domani
sorge e crepa

indisciplina

screma e crepa
anche le panchine della stazione una sera
- al tempo che mi dica lei chi era…
adesso non posso adesso
- la linea esatta del dorso, lobo e lombo
non penso


mercoledì 3 giugno 2009

Questa Grazia


questo è quanto è tempo al tempo
che dice sempre mentre aspettando
mi verso il solito cucchiaio di miele nella tazza
a medicarmi le sere travasando il sole
nel bicchiere.

le ultime gocce brillanti di notte
le agognano gl’insonni
come sassi nei meriggi opachi aperti
ed estatiche immagini di te che scendi
l’ultima rampa di scale e mi sorprendi a fissare
quel tragico avanzo di distanza
della foga che danza, lascia in terra
quanto avanza: lo raccoglieremo
quando sarà il sottile bordo opaco
della carta da cielo dei soffitti
stelle spente
a tagliarci le vene fuse nelle attese sospese
dentro il nodo pulsante di ogni notte

_ mentre dio mi regala una febbre
di mani e di pieghe. un mortifero sogno acceso
in uno svenimento di schegge di calice arreso
al peso sparso d’un’esultanza
pacificata nelle sobrie vesti bianche d’albe come spose
ai miei nudi arti aperti in buie sfese.

ci gratteremo di dosso le croste dell’ultimo
pensiero sul rilievo e la misura di tutte le cose saremo
_ tra le nervature delle tue braccia _
noi creature nella luce al centro del buio
della piazza

_ mentre un angelo di fiamma mi regala una città intera
un palmo di mano, un muro, un suolo
edera e luna, l’ebbrezza
di tutta la bocca addosso scendendo la scala
dell’opportuna mancanza che trema
viva che strema: Questa Grazia
è colore

signorina, questa sera un atto di fortuna
vorrà la danza e la sostanza
rarefatta brezza per una madre aperta, la mia
occhi scuri, rollerà tabacco e stima
per la sua bambina in volontà di smarrimento:

un satiro, un sangue, la stirpe, un momento.

mercoledì 13 maggio 2009

io avevo tutto il sole sulle braccia

femmina misurata d’angolo, l’ileo ed il fianco
dal passo, dalle file di sassi e le briciole in cortile, le molliche
di pane alle formiche: Aprile
più che altro, trasognato

ora la guardano, sua altezza del tacco col trucco - l’urlo
strozzato accanto gemendo “scusa” d’istinto
mia brevità d’incanto, mi si spezza
l’asso tra la manica ad il polso: certo che possesso
fatto adesso… ti cercherei così
forte con le dita, le labbra, il morso: “piantala,
non posso…”

in questo dissenso condenso
ad ingorgare il sesso, a non ingoiare ancora, come l’aquila col topo
una notte intera: solo un assaggio allo sguardo
è così soltanto che posso, tutto posso, ma mi rimango
distante appena un passo.

come un Lupo, credo. Lupo chiaro
e vero, se concedo tra la fuliggine un impasto
incastro parole come a limare le trame di quell’angolo
nero fogliame e sotto e poi dappertutto sul sedile
sei bello, Apollo che ardo di questo maltrattato Maggio
ad alzare le gonne, mi sfili le scarpe, folli madonne
di preghiera, una sera intera prima di dormire
se fosse partito, Sguardo chiaro
mio proibito. adesso basta!
con quella catasta di sapere che non sappiamo
retoricamente: “dove andiamo?” sapete
io bevo perché ho sete
e non c’è Lete, soltanto la risacca tra le mie gambe
le labbra. dunque torna, Sole
di sorriso inteso a stenti, alla riga di questa schiena salda,
alle mie ciglia splendenti sgomenti di luna, alla vita tua
ebbrezza tra i fianchi d’una fortuna,
allo sciogliere della briglia che strappa – lo prende in bocca
e poi scappa, Beatrice?- un bacio conto al muro è il buono
di non avere atteso un tale risvolto della storia che siamo
ciò che ci raccontiamo.

“davvero sai schivare un riccio in queste condizioni?”
non ho interesse per le promesse e le buone intenzioni:

non mi salverei mai per volontà o condizioni. si tratta
del moto cetrifugo che m’ha sparsa. tu
al mondo apri la faccia. quando oggi mi hai cercata
io avevo tutto il Sole sulle braccia.

rapace capace e ingenua
per abitudine al protocollo del sesso, di corrente che trapassa
il petto. mi ricordo il netto bordo amaro dell’amore,
di chi lo pensava la fine incisa in questa stigma
di provincia. ora sono
la linea aperta del mio concepirmi in una sorte
trascurata - l’assenza esiste. se parli di nulla
non parli di morte.

venerdì 24 aprile 2009

poesia di sabbia



mai più
dicevo sempre credendo, in fondo
che potessi davvero fissarmi in vetro:
vero che t’ho amata, ma procedo.
in comune
rimane un’aquila di fumo: mi cerchi
tra le righe ancora vive
d’un bosco che ride. il lobo
è una regione di confine.

scopami stupido!
e sorrise. ti ricordo così, con tutto questo:
dalla nostra distanza è diverso.

amarti
è nodo di scotta
io: vela aperta e sostanza di scirocco
dalla cima alla deriva
in questa fatica di riga, amore mio
non ho più il respiro
e il fondo è pieno e sali e sbatti sotto
le palpebre serre, con quello sguardo
chiaro poco prima di varcare la soglia che scende
dalla mia voglia di labbra ansiosa, sì
che sono spigolosa.

mentre in questa stanza fa buio
so che non fingemmo
niente
solo immagino un sussurro
sotto pelle.
sarà il tempo della sabbia,
ma portavo il calice alle labbra
e la gamba e la spalla e la pioggia
davanti a quel locale dove torno: è stato
naturale
poi di rabbia. la vita si sbaglia e corre
lungo la strada asfaltata, cazzo
adesso mi ammazzo
di sesso sale e ci sbatto: vita
malinconia di sassi nel vaso in cucina
il caffè nella tazzina
mia bambina, ne parlerò a Cristina.

mio fratello nel letto (trenta perle di collana)
e le dita, dolcezza, la testa, l’inteccio e tu eri ancora
da qualche parte, ed io
inerte
senza coperte. farò altre scelte o
non sceglierò
niente.

non cercare di capire un dolore, ma farei
per ciò non parlo e non ti guardo. non mi fermo
ancora molto. non ho ragione e tu
non hai torto, ma sono figlia del morto giorno
che incide il contorno nell’arco alla spina del dorso
quando posso penso: due volte
ti venni addosso senza rendere a te
un vuoto. nessun ritorno.
non ho rimorso.

sabato 4 aprile 2009

e se avesse finto anche Ermione?


3 aprile 2009



l’istante che tremava tutta la vallata stava

sotto: sei passato. solo il tempo di passare

come sai di non sapere chi sei stato ieri se

parlavi per dolenti sprazzi e pezzi di “amore

mio” strappati agli ultimi brandelli di colore

mio amore di figa aperta e carta

straccia come la salvietta che basta

ad asciugare

lo sbavare del trucco sulla faccia, amore

credo che dovremmo cominciare bene o il

male per lasciarmi la mano e

camminare.

l’amore muore davvero in sette atti?



a Venezia lo sanno tutti, anche

che ho recitato preghiere

a memoria per ore quella notte: dopo un

anno amore mio a maglie larghe

tutto a franare e frastagliarmi le palme

adesso non parte, ecco adesso le

prime vampe, adesso “amore

fa lo stesso” mi resta questo grosso

ammasso di bianco denso di labbra

senza sesso immaginando un passo più

lungo del fosso. chi eri adesso?



si pensa ad un differente modo

d’esigenza: il passo dopo passo

di sasso in sasso al ritorno. non

mi comprerò le scarpe. ieri

ho cambiato residenza e credi

che sapevo bene su quale versante

poi non cedi e non ci credi ma

non ci si fida più di chi parla per

bisogno di non tacere. una

di queste sere avrò bisogno di scopare

come di dovere. quanto parli di te

che torni e parti. per quanto mi riguarda

rincaso sempre troppo tardi. è aprile

per avere diciotto anni.



mio fratello al telefono: sa di

sapere tutto il mio bene. gli crederò

quanto basta appena a pelo bimba

vita incerta. la tua dizione scorretta.

ed io poi sarei perfetta, culo bianco

e melanina: troietta mani fredde

che sei, cretina! ma non c’è perdono

per te questa mattina: in pegno

un ricordo.



il resto della poco adatta sindrome del

cercare gloria in una disfatta che

non esiste, infatti

non piange mai davanti agli uomini e

ai codardi, ma cade sul corpo solido

dei miei fianchi un nesso diretto a domani

che mi domandi: cosa faremo da grandi?

conto sul culo e gli affanni, amore mio:

ci sto bene nei miei panni.



fuori piove.

e se avesse finto anche Ermione?


mercoledì 18 marzo 2009

io non ho mai parlato di Verità


indago l’angolo che abbiamo posto a stipite di ogni nostro bene
vago un po’ più in su. da qui
ti direi, qui dove siamo: è che dalla tua finestra
ho visto mille volte tutto il mondo
sotto

non ti ho detto, Occhi neri, di come sia assurdo trovarci
ancora illesi
parlando di piaceri e dimmi tu che cosa vedi
se mi prendi come dogma, se davvero
sei sempre stato più sincero di me, ora aprimi e ti parlo
di cose in cui credere - proietto
il riflesso nefasto di questo mio letto accanto
in un diverso ossesso modo di saperti sul rogo - trattengo,
per ora, un tempo in cui passerai come filo
nella cruna, un dito
mentre dormivi che ancora mi consuma:
prima di noi
non c’è mai stato nulla, Apollo mio vago e chiaro,
mentre io non cancello un sesso
diverso da questo abbozzo: la testa
sulle ginocchia. io non credo e
sono adesso come mai tale e quale / io non sto
aspettando la resa
di un conto salato, in quando mi prendesti in cura con
coperte di lana, ma una notte ho
pensato ad altro: un modo
per non appartenerti affatto.
ferma restando in ogni tua voce, in ogni tua face,
mi scopro: io sono
la sostanza di ogni tuo poro
io, lo scolo di canali d’oro -la linea
degli zigomi- dal nostro sistema a pelo d’acqua:
separate le sentenze sai che ci rimane una veglia
e frane se parli di lei, sempre uguale: sai che t’aspetterà sulla soglia
dei fianchi ogni volta che riparti, Occhi neri, in cosa credi?

a me sta bene, ma se l’istinto ci può salvare
io non rispondo del tuo annegare nella
sterile promessa d’essere uomo dalla cena alle rose. io ho troppe cose
da abbandonare per aspettarti in pezzi o spezzarti propositi diversi
dall’essere con me sulle cime dei tetti, negli spruzzi di sale in laguna,
notre vie à Paris, un negozio di fiori e domani una fortuna di
cocci di ciò sei e ciò che sai: è ciò che voglio.
mi chiedi il patto di sangue, aprirò polsi e palme – dal costato, si
succhia – ma nulla ho mai imparato,
ogni volta che ti ho amato: non avrei saputo che farne.

ore passate a prendere avventati azzurro oltremare, poi
mi chiedi di parlare la nostra lingua, assurdo sapore di vento
a chi guarda e poi scompare. eravamo sulla soglia – l’unica giustizia è
la voglia – per questo ho le labbra ancora tirate. mi dicono d’aspettare
l’estate, giorno per giorno. incantate le forme, incatenate alle onde
di suono che getti ai miei santi che senti e avanti, ancora
avanti, Occhi neri, per dichiararti che amore mio non è
esserti ai piedi, ma lontana più di quanto credi.

mercoledì 25 febbraio 2009

mio adorato, in quanto

piove sul teatro mio delle cose, mentre nego

la vigilia delle rose ( “ogni

mia alba peggiore è per te. alla stazione”/ per dividere

l’accendino in due ci serve un buon motivo per fumare

sigarette a queste ore. una ragazza che non porta il conto di razza

che non mi spiazza la biondina in terrazza la domenica mattina, sul tardi.

Occhi neri non mi vide mai in questi panni)



albeggia e rieccoci qui: lungo la ferrovia. gli stessi filari di pioppi

della sua condanna in periferia (mio

tu che guardi un Dio, che non sai che non so che non siamo

che

paghiamo – io non ho estinto la pena al principio: quest’è

Verità d’un secondo d’asfalto, mio divino vano Apollo che vali

di fatto quanto un guanto di velluto amaranto. ho

aspettato tanto un tardivo tuo ritorno per l’impatto, adesso

so soltanto che sono rimasta senza un Santo) e diremmo

che aveva lo sguardo chiaro della sua prima volta “una

bambina, tua Cristina di fumo” e

le chiede un bacio, donna sua che certamente sa

che se così non fossimo rimasti

alla nostra prima declinazione di palpebre aperte,

c’avrebbe trovati accanto, un attimo prima. eppure



ho infranto uno strato d’incanto in guancia su guancia, perché

non sono la deriva, ma l’aperta ipotesi che viene prima, lavando

le stoviglie dopo il pasto, ma l’impasto nelle mani lo pensa

tra la spugna ed il piatto, lodandolo lì tanto per fare, quel mondo

di cose sue, mancante. ma io lo penso in sistematiche ossessioni

senza superficiale peso o condizioni, per morire nelle costruzioni

d’azioni belle come una notte se sanguino al polso

e non vedo ipotesi altra

se non la sua calda disfatta dei buoni propositi: se sono io, come dice

luce, mi chiama con tono di voce

che varia. io: sostrato d’aria.



Ogni mio desiderio è

(posso tenere una lama nel cassetto per tutto il tempo che

ti paragoni all’architetto delle mie ragioni

d’essere nata come frattura stessa della mia promessa in sposa

ad un Santo come altri. è che se ci siamo trascurati lo dobbiamo al

riflesso

in questo verso stesso.

capovolgimi adesso!) un ordine è

ben preciso in due spazzolini da denti nel bicchiere del bagno.



- non posso biasimarti se frantumi e poi riparti, sempre

da dove non eravamo rimasti. se m’incastri tra le ore

e le notti e le morti più

patetiche delle rondini d’agosto, un Falsetto qualsiasi, e

m’ imbratti bella come Clizia o

Silvia che sia. ma non andare via: è in questo



non finirla mai di non entrare che mi si sposta il baricentro ed è

adesso che m’imbatto nel fatto stesso

che non possa essere diverso. ci penso spesso e tu



mi puoi abbandonare ogni volta che ti pare

senza permanenza in questo tuo non lasciami cessare

d’andare e



ti ripeto che

perdo se accetto che tu non abbia nulla più di questo:

aspetterò le mattine di maggio per restare



un po’ di tempo a guardarti le braccia.


giovedì 5 febbraio 2009

e poi parlano di storie d’amore

ho un porto dannato di cose pensate per dovere

ed un piccolo spazio eterno di densità luminosa. dove


t’ho trovato degno di conseguenza e rimpianto, mio Santo.

ma stiamo ancora all’angolo retto ed il bianco si mesce netto nello squarcio

che, paradosso, odo aperto nel levare del tempo

sento

il cristallo e la creta ed una serie di assolute coerenze con la

propria specie - che ti canto ben poco

fuori da questo ruolo che pongo ad un essere un sono (io)- mio

Dio di dovere avere ancora la necessità di dire:


salvami, senza abbandonarmi mai – e tu che cosa sai di queste

rivolte votate a fiamme di vati e derivati - e tu che mi chiedi: la verità è che ti neghi,

Ciglia Nere?chiama un nome che ricordi l’essenza delle sere,che sia il

dolore di rimanere nella rete che m’hai dato, Occhi Neri. (meritiamo

una stirpe, uno strapiombo e tetti da gatti e canali

di luce scomposta) per questo, ribadisco, un Santo mentre

io non svanisco affatto, ma faccio forza sulle leve come un corpo che crede di restare

tale e quale nelle sfese di memorie, nelle attese.


mi troverai onesta come la radiografia

di una struttura portante. questo mio cercare di dire che

non scelgo mai per direzione, ma l’abbandono è la proposta

del mio primo fiorire dimesso d’amabile

calle, io sono sull’asse e crollo di spalle, divino amico.

io sono frutto di razza e di casta, io sono la bestia che

resta e catasta perché rompo di continuo la trama

e sono il fumo e le bolle, il sapone e le ampolle.

come quando fuori eri tu: dappertutto.


non c’è

risposta senza fluire e verso, non sei adesso. tu

non ci sei e non ti posso concepire come primo battere tra la sfilza delle spire.

è che mi ricordo di te

scendendo una strada d’inverno, mi

ricordo l’alba d’un nuovo tempo quando, a prescindere, già l’avevi detto se

l’avevi dentro, ora non lo so questo, ma nevicava

ed il resto era aria nel desiderio


la luce

che sbiancava il cielo.

mercoledì 28 gennaio 2009

Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore uguali,
strette in trama, un ritornello
di castagnette.

È il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide,
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso.

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva,-
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che s'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un frùscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.




eugenio montale da "ossi di seppia"

venerdì 16 gennaio 2009

Ma è più semplice

quando slabbrato, fossi incatenato a discernere squama per squama
l’ode a me
che mi sono sempre stata data come sconto di un poco di piaga - sei a quel poco
di margine
che mi basta a stento l’aria della sera \ divenengo
intera parte vera della rovinata massa al suolo degli stenti \ assenti
- di colpe - : mi torni
proprio mentre non cammino affatto accanto a te – accado se
ma sotto l’ileo sciolgo un nodo di tela - dal fianco
senza aspettarmi quel taglio di fine contesa d’affanno
ti debordi addosso con lo sguardo. non vedi?

e poi mi chiami così: senza se. ma?
ti dico io, ribatto io. alza la voce. più veloce. no che non tace.
- sulla sedia mi ci dondolo –
parla
pure con loro come se io non l’avessi mai fatto. eppure parlavo
senza dire più di quanto – dimentichi sempre
per un attimo il resto delle cose lasciate
alla stazione? – a certe cose manca soltanto un tempo
d’esistenza. ecco, appunto: che lui c’è questa volta
e poco distante dal dipendere dalle mie sottane, non giova
ad entrambe le parti l’armistizio: perché io crollo. non farlo
oppure ancora giura
che rinunceresti alla cura di queste circostanze se non puoi
che crollarmi dentro. non lo credo, ma
si giura per questo.

adesso non è affatto diverso,
ma mi è più semplice: a partire da quando mi tolsi le scarpe.

lattiginosa \ notte di duttile, ma mi piace come ci sia modo e modo di pensare
che sia stato bello. mentre è vivere nel solco
delle assenze che mi passa e paga e gela dove mi si sono aperte le falde
senza
che potessi calcolare, lui
mangia le mille parti in cui potrei sottrarti il ruolo:
quel mio particolare declinare nelle cose di zucchero. attratta,
eternamente distratta, eppure si tratta di buoni compromessi: se
ti dessi il tempo, se avessi un porto se
avessi aperto
eppure si tratta di un insalubre causare il bacio. un gioco
al profilo più alto prima della sentenza
che comunque è corolla al tonfo, soltanto.

è che i conti li faccio al balcone delle sigarette
con lo sguardo che volge. la piaga, la tua casa sotto al monte. quel
reiterare sulla rottura delle rotte mentre so di averlo ignghiottito
tutto il bolo bianco del mio santo. intanto pensavo a quanto avresti
strappato al tuo ultimo tarlo per non dirmi più niente, così.
in quanto la pupilla non mente, ma adesso è
più semplice.
anche se la pagassi tu. è più semplice.

non si tratta di Occhi neri, infatti, credi
che intendersi non è volersi, ma mi sarebbe accanto - no
che non mi mangerebbe se anche avesse fame - dice che lei
non sia toccata mai e poi mai, ma lo sai che non si tratta di vetro
o di brandelli questa volta. eppure gli ho sempre detto
più dolcezza a mio fratello. nauseata
fino al punto di ridurmi
a credere che morendo
cominci a nevicare.

giovedì 15 gennaio 2009

lettura poetica...


qualche mese fa, il mio amico Bàron mi ha proposto di organizzare qualcosa che avesse a che vedere con la poesia, all' "Arcadia" , il centro sociale scledense.

io, chiaramente, ho accettato ben volentieri, nonostante le mie scarse capacità organizzative e l'equilibrio sempre precario della mia media scolastica...
così ho tirato in mezzo "il mio poeta" Stefano Guglielmin e la mia cara amica Erica Crosara, con la quale ho già avuto lo splendido piacere di leggere il 3 giugno scorso alla "cooperativa Insieme".

l'evento consisterà nell'alternarsi della lettura delle poesie di Stefano, di quelle di Erika e delle mie, sull'adorabile palcoscenico dell'"Arcadia", verso le ore 21.00 di venerdì 23 gennaio 2009...

chiaramente SIETE TUTTI INVITATI, mi auguro davvero di vedervi numerosi, perchè tengo immensamente a quel posto, ha un grande valore affettivo per me...
spero davvero di avere lo splendido piacere della condivisione dei miei testi in quello scenario...

VI ASPETTTTTTTTOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!

un BaCiOne!!! ;)

Patty!

mercoledì 31 dicembre 2008

...mi piacerebbe... augurarvi buon anno! ;)


ebbene... questo mi risulta essere il momento dell'anno in cui la gente si mette a fare i buoni propositi per l'anno che seguirà... o almeno... la gente come me che questa sera sarà troppo euforica per pensare a qualcosa... :)

ogni anno, arrivata a questo punto, mi sono ripetuta che devo piantarla di catafottermene della scuola, di fare sempre il minimo indispensabile, mi sono ripetuta che la devo smettere di essere così disordinata, che devo smetterla di perdere tutto, che devo lavarmi i denti più spesso, scrivere meglio, fumare meno, tenere in ordine la libreria e l'armadio e pulire la scrivania, qualche volta...

ogni anno... da quando ho memoria di piccoli buoni propositi! :)

e... beh, mi conoscete, no? evidente che i miei piccoli buoni propositi se ne sono sempre andati a finire a quel paese...

questa notte sono uscita sul mio terrazzino e mi sono accesa la mia solita sigaretta-della-buona-notte e, guardando sempre le solite lucine di Schio sotto le montagne in lontananza, ho pensato a tante cose... tanto per cominciare, che quest'anno non ho la minima intenzione di avere qualche proposito, tanto meno BUONO! e poi... ho pensato che non mi va neppure di sperare.

...sì, beh... quest'ora dell'anno è anche l'ora delle buone speranze... è che, purtroppo, ho imparato che il primo gennaio sarà identico al 31 dicembre...

non sarò certo illuminante in queste righe, ma ho da dire che, di fronte a me stessa, ho tirato alcune conclusioni… no, certo che non spero più… certo che non prego più… certo…

però…
forse...

è che…

..che almeno, che per lo meno e nonostante tutto…

è che glielo lascio tutto il loro sfacelo! ma è che mi piacerebbe che la smettessero di venirmi a ricordare che fermarmi a guardare un pesce rosso che gira nella boccia di vetro è una perdita di tempo...
...che la smettessero di venirmi a raccontare la balla che gli equilibristi sono troppo concentrati sul loro misero filo per riuscire ad alzare gli occhi al cielo...
...che la piantassero di venirmi a rimproverare, se mi va di spargere pezzi di vetro per la strada: lo devo capire se esiste ancora qualcuno che ci sa camminare sopra credendo che ferirsi non sia possibile...
...che la smettessero di ricordarmi che prima o poi dovrò pur piantarla con questa storia di continuare ad innamorarmi di Peter Pan...

...e che è assurdo trovare più interessante guardare da giù la ruota del luna park piuttosto che farci un giro… che i palloncini d'elio non arrivano alla luna e che la luna non sorride e poi... che nelle bolle di sapone non abita proprio nessuno...

mi piacerebbe che la smettessero di venirmi a dire sempre le stesse cose... e poi...

e poi mi piacerebbe tanto...

...tanto che qualcuno venisse a regalarmi un sacchettino blu pieno di zollette di zucchero ...magari colorate... o qualcuno che potesse contarmeli sulle labbra i cucchiaini di zucchero che metto nel tè... e mi piacerebbe che ci fosse qualcuno a cui regalare un calzino a pois da voltare e rivoltare... qualcuno che mi raccontasse qualcosa che gli ha raccontato la pioggia...

mi piacerebbe... che qualcuno si lasciasse scrivere una poesia sulle braccia e che qualcuno mi mettesse il rimmel sulle ciglia...

...o definisse, dal mio taccheggiare, un numero esatto nell’eco dei miei passi…



che bello farneticare... :)



BUON ANNO e AUGURI per i vostri piccoli propositi, buoni o cattivi che siano… chissà che abbiano più fortuna dei miei !!!

Patty! ;)

venerdì 26 dicembre 2008

Buone feste...!!!

un augurio di Buon Natale e Buone feste a tutti con questa bella poesia di Silvia Comoglio!

Natale 2008

In re minore 1.II
Puro luogo - del sémpre sconfinato
dóndola sospesa la cúlla nella notte,
generándo - cérchi - moltéplici di forme
fin óltre - l’último paese. E ―
dondolando, sémpre dondolando, in ástro
la culla si trasmuta, in cui l’alba
è l’única stagione, e il cánto - etérno della vita -
única ragione di un témpo che bisbiglia,
sfiorán-doci la fronte: un díre - térso di bambino -
che germóglia ad ogni porta,
ad imménso - álbero del mondo ―






statemi bene! :) Patty!

venerdì 12 dicembre 2008

tragedia!!!!

allora:
ho finito di scrivere per il premio campiello... questa notte alle 4... e fin qui tutto bene! ero tutta contenta...se non chè... il mio cazzo di computer del cazzo è andato completamente in TILT!!!! allegria! sono stata trascinata dalla mia adorata amica Maria Giovanna (con 37e mezzo di febbre, per altro) alla manifestazione contro la riforma gelmini a mestre e mi sono ritrovata ad occupare prima i binari della stazione e poi un treno che ha finito col sembrare, più che altro, un centro sociale mobile...ci sono andata, poichè ricattata...e poi ho detto, va beh...almeno così non pensiamo al dramma "premio campiello in fumo" e lasciamo un po'di tempo per riprendersi al mio cazzo di computer del cazzo...che non si sa mai...
questa sera, prezzo, i suoi compiti d'italiano, ho portato il mio cazzo di computer del cazzo dal mio amico-quasi programmatore... Nicolò... il quale mi ha appena caramente informata che, con tutta probabilità ho perso TUTTO! ma proprio TUTTO! fino all'ultima virgola!!!! :))) rido per non piangere.....cazzo,cazzo,cazzoooooooooooo! dice che un problema di hard-disk... lunedì porto tutto da un cazzo di programmatore del cazzo e vediamo se risolvo qualcosa...
ora...ho un'ora di sonno in corpo e devo finire i compiti di Nicolò.
andate tutti a fare in culo...
cazzo,cazzo e cazzo!
'fanculo.... io odio la tecnologia... e mi è tornata la febbre...
e odio la maria giovanna...
e mestre e i treni occupati... no dai, mi sono anche divertita... anche parecchio divertita.
beh, 'fanculo e basta.

giovedì 27 novembre 2008

il tè è cinque



[ che per quanto lui possa, che lei, per quanto possa, trasponga
anche finga un racconto, che tanto la mano s'attarda ( ogni volta ) è vestire al singolare
la disgrazia / voragine
del non consistere nell'essere stati scarni, essere stati davvero
a soglie stordite, tentando di non avere inteso.
si tratta che non potrebbero affatto loro non essere più
lì congiungendo ( accanto e accanto ) come ricamando le maglie larghe
del trasparente assedio alle rispettive parti, nell'assurda
attesa, declina tesa: "che piova pure" diceva. l'innegabile,
la parte intera in fibre: l'esistenza
è quanto perpetrare nelle dilatazioni dell'iride guastata, aperta
quando è questo abitare la beata ( direbbe ) faglia intera
nelle proprie ricorrenze. ] con il grigiume fin nelle tempie - dentro
il nodulo che sei, l'albume che sei
l'ovulo è urna è l'avvento - cerco concentrica (tu) ti sei cercato senza
trovarti niente - mentre cedi mente ai tarli stessi per snervarti
dove serve - ( moriva meglio di me giulietta per certo) e
la gente che gravitava attorno, oggi: le gioie di una segretaria / "irride
del cicatrizzarsi altrui chi - non mi conobbe"

ma tu e tu e quante

cose avrei [ magari perdessi una volta tanto, magari mi vivessi,
cessassando i nessi ed i passi li facessi più
lenti e qui davanti, scegliendo come davvero potessi
non dipendere dall'affannato connubio con questi sarti che
ci prendono a misura tutte le parti, se scordando tante cose
e mi chiami prima, all'inizio e animando, io
slavassi giù in sassi di fiume o fianchi
quell'aggrovigliarsi......nero
nel sussulto per svegliarmi: onirica mente che domina i fiati, così neppure ( espressa )
avresti mani a frugarmi gl'incanti?

il tè è cinque / uno ad uno
..........................per calmarmi.

lunedì 24 novembre 2008

photos... By Alessandro Settenvini














queste sono tutte fotografie di un mio compagno di classe: Alessandro Settenvini (Sette per gli amici).
qui ci posto le mie preferite :) se poi v' interessa vedere dell'altro, andate sul suo spazio Deviant Art: settembrenero.deviantart.com

besos!

Patty!

mercoledì 19 novembre 2008

E Ti Vengo A Cercare

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.
E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
Emanciparmi dall'incubo delle passioni
cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un'immagine divina
di questa realtà.
E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza

Franco Battiato



da due settimane, ogni giorno, questa canzone... è semplice, ma rende splendidamente l'idea............Patty!

martedì 11 novembre 2008

il manichino e il melograno



ed è la medesima durezza cristallina della lingua
che te lo dico, era la lingua
tutto. che ti dica finalmente, ti dica: stuprato
l'encefalo e un secolo per dirti - non avremo
un secolo intero, non avremo
tempo passando allo specchio
le mani, che muovo le mani, che nelle mani
e sono pieni e pallidi di capire, morire
non parole
del possibile. non mi domandare
un grido. con te non smetto mai è distanze.
le meccaniche di cui non mi parlare: ascolto. le meccaniche, capisci?

i succhi a chiedere semi, a chiedere:
semi con la bocca: melograno e volere voglio viole
violenta e volta viso e guarda e parte
dalle caviglie, lieve e fiele a

(me) giorno per giorno
e non ripetere più nulla senza credere
che io mi rivoglia indietro
almeno. oppure non più
di questo melograno e non ad un manichino che tu
ninfa me lo dici perchè giochi
con me sorella, figlia ti
sussurro che è ancora lì che succhia ed apre. almeno:
è che si perde davvero una volta sola.
non ripetere mai ad un manichino
che è lui che c'è da quando
come se per assurdo prima, come
prima dilata e delira, come vere distese e tutte
le salite e le prese tutte e quelle troppe
ore come racconto

(me) ad un manichino
che è tutto dato
e tutto divorato? per semi
e per sessi discreti.
chiaro ma violenta miele
e mille volte riacceso e tante - perso è
frammento
sussurro ossesso piovoso
che si tratta di crescersi un'anima accanto
è come direi
nessuno. e poi
come dirlo? a lui che davvero
lo farei.

lunedì 27 ottobre 2008

Il frutto, forse

non so fare critica, non la saprò fare nè ora nè mai, ma non posso evitare di spendere due parole per quest' ultima poesia di Stefano Guglielmin. già l'aveva fatto in "come a beato confine" e ancor di più con "la distanza immedicata" già mi aveva incantata, ma questa volta, nelle sue parole ho trovato qualcosa di straordinario. la prima volta che lessi questo testo neppure sapevo che fosse suo, era un foglio battuto a computer appeso al muro dello studio di un , diciamo, comune amico! :) da subito sentii che quel testo aveva qualcosa, qualcosa che continuo a ritrovare ora. ora che non riesco a fare a meno di leggere e rileggere queste sue parole. come se fossero prima di tutto quelle di un uomo qualunque, piuttosto che quelle di un poeta che parla, alle volte, da troppo lontano. non so come spiegarmi... è che ci sento dentro un umanità che prima sfuggiva.
c'è dolcezza. uno sguardo dolce e c'è corpo. un corpo con tutto il suo gorgo nero appresso. uno sguardo attento, che pare quasi rassegnato, ma con dolcezza.
e leggo ed ho qualcosa in mezzo al petto...una splendida dolcezza.
leggo,leggo e rileggo!

grande il mio Stefano, come sempre! :)

buona lettura...




Dove sboccio
è mattino; tu fiondi, invece
in mondiglio e gorgo, nero:

c'è gente che sgola, transita
laggiù, sventa, ma non tu
che sgravi, sola, con l'ala
guasta,
..........vedi?
come sorella vanga
abito la mano che tocca
la beata faglia
dove si pota e strama
e afferro il sabato
lo scrosto e rimo e spurgo...

E' più poesia che pietra o mancia
corpo, direi. Frutto.

giovedì 23 ottobre 2008

"L'opera d'arte" da "Sistema dell'idealismo trascendentale"

"...opera d'arte riflette l'identità dell'attività cosciente e dell'inconscia. Ma l'antitesi tra queste due attività è infinita, e vien tolta senza il minimo concorso della libertà. Il carattere findamentale dell'opera d'arte è dunque un'infinità inconscia. Sembra che l'artista abbia nell'opera sua, all'infuori di quanto vi ha messo con palese intenzione, rappresentata istintivamente quasi un'infinità, che nessun intelletto finito è capace di sviluppare interamente..."


"...Così è di ogni vera opera d'arte, in quanto ciascuna, come se vi fosse un'infinità d'intenzioni, è capace di un'interpretazione finita, dove non si può ben dire se quest'infinità si sia trovata nell'artista medesimo, o si trovi soltanto nell'opera d'arte..."

"...Ogni produzione muove da una scissione in sè infinita tra le due attività, le quali in ogni libero produrre sono separate. Ma poichè queste due attività debbono essere rappresentate come unite nel prodotto, così per mezzo di questo l'infinito sarà espresso in modo finito. Ma l'infinito espresso in modo finito è la bellezza..."

Schelling





io, personalmente, non ho molto da aggiungere, se non il semplice fatto che, quando ho letto le pagine dalle quali ho estrapolato questi 3 frammenti, avevo la pelle d'oca!

Patty!

martedì 14 ottobre 2008

Tu sei per me padre e nobile madre e fratello, tu sei il mio sposo fiorente...





« …Ettore si slanciò fuori di casa,

per la medesima via, giù per le strade ben fatte.

E quando, attraversata la gran città, giunse alle porte

Scee, da cui doveva uscir nella piana,

qui la sposa ricchi doni gli venne incontro correndo,

Andromaca, figliuola d’Eezìone magnanimo,

Eezìone, che sotto il Placo selvoso abitava

Tebe Ipoplacia, signore di genti cilice…

Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella,

portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino,

il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella.

Ettore lo chiamava Scamandrio, ma gli altri

Astianatte, perché Ettore salvava Ilio lui solo.

Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio:

ma Andromaca gli si fece vicino piangendo,

e gli prese la mano, disse parole, parlò così:

“ Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione

del figlio così piccino, di me sciagurata, che vedova presto

sarò, presto t’uccideranno gli Achei,

balzandoti contro tutti: oh, meglio per me

scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra

dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai,

solo pene! Il padre non l’ho, non ho la madre.

Il padre mio Achille glorioso l’ha ucciso,

e la città ben fatta dei Cilici ha atterrato,

Tebe alte porte; egli uccise Eezìone…

Ettore, tu sei per me padre e nobile madre

e fratello, tu sei il mio sposo fiorente;

ah, dunque, abbi pietà, rimani qui sulla torre,

non fare orfano il figlio, vedova la sposa;

ferma l’esercito presso il caprifico, là dove è molto

facile assalir la città, più accessibile il muro;

per tre volte venendo in questo luogo l’hanno tentato i migliori… ”

E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse:

“ Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo, ma ho troppo

rossore dei Troiani, delle Troiane lungo peplo,

se resto come un vile lontano dalla guerra.

Né lo vuole il mio cuore, peché ho appreso a esser forte

sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani,

al padre procurando grande gloria e a me stesso.

Io lo so bene qesto dentro l’anima e il cuore:

giorno verrà che Ilio sacra perisca,

e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia:

ma non tanto dolore io ne avrò pe i Troiani,

non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo,

e non per i fratelli, che molti e gagliardi

cadranno nella polvere per mano dei nemici,

quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo,

trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti:

allora, vivendo in Argo, dovrai per altra tessere tela,

e portar acqua di Messeìde e Iperea,

costretta a tutto: grave destino sarà su di te.

E dirà qualcuno che ti vedrà lacrimosa:

“ Ecco la sposa d’Ettore, ch’era il più forte a combattere

fra i Troiani domatori di cavalli, quando lottavan per Ilio! ”

Così dirà allora qualcuno; sarà strazio nuovo per te,

priva dell’uomo che schiavo giorno avrebbe potuto tenerti lontano.

Morto, però, m’imprigioni la terra su me riversata,

prima ch’io le te grida, il tuo rapimento conosca! ”

E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre:

ma indietro il bambino, sul petto della balia bella cintura

si piegò con un grido, atterrito all’aspetto del padre,

spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato,

che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo.

Sorrise il caro padre, e la nobile madre,

e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa,

e lo posò scintillante per terra;

e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le braccia,

e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi…

Dopo che disse così, mise in braccio alla sposa

il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso,

sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla,

l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così:

“ Misera, non t’affliggere troppo nel cuore!

Nessuno contro il destino potrà gettarmi nell’Ade;

ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla,

sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato…

Su, torna a casa…

Parlando così, Ettore illustre riprese l’elmo

Chiomato; si mosse la sposa sua verso casa,

ma voltandosi indietro, versando molte lacrime… »

sabato 4 ottobre 2008

pezzi di vetro ( 1 )

- Ricordo:
camminavi - tu
cantavi, mi ricordo - Lei
sul tappeto, alla
Fine. Quella però:
è ancora tutto intero
ancora
senza nome: come
bianca linea della strada
dove
- non puoi questa notte
dirmi ancora - credere che
sia giusto. che prima no. non
si sarebbe. No.

Non si sarebbe
potuto.

Quel fotogramma
e sentirlo, come se fosse.
Viceversa, d'altronde,
altrove. Assolutamente: e forse
più vicino. A lui che
non mentiva - dillo ancora - non
mentiva più.

- e se
soltanto le avesse appoggate...-

e lungo i binari e.

Scarpe alte ( tacchi alti ) le
portava: l'asfalto, il
vestito, Occhi neri, infatti
a lei: scalza.

L'equilibrismo non è un gioco:

8 8 88: infinite volte: non ho
( neppure intravisto ) non ho
visto la Fine.

M a
D ire
A more... spezza / cosa
vai cercando questa sera?