domenica 12 dicembre 2010

nuance

se stratificano i muri queste ore d’inverno, come argilla

e qui l’acqua è qualcosa che lentamente striscia fuori dal sottosuolo,

non avremo nient’altro che fango: e non si tratta più di plasmare,

ma di distinguersi dal materiale (innanzi tutto) per spaziarsi

nella misura in cui permane la stessa distanza dai corpi

e questo non è scavare, ma sentire il fango, il dispiegarsi della pelle,

dove il tocco, ora lo scarto.


vidi inghiottire ampiezze nelle più convulse penetrazioni

ma la venuta è nell’alba, che si schiarisce l’iride e pesano i palmi

come i passi addosso al cielo, verso casa:

come il soffio che increspa lo sguardo sul pelo dell’acqua,

come si sparge l’ombra e si discerne pane e grazia e porzioni:

è soltanto il tuo ruvido callo, il tratto, quel viso, la ruga

accanto al mio sorriso, il colorito. distinzioni.


lo svolgimento è nel sudore

ed io esaudivo il tremito distinto delle gocce, l’inflessione di quelle

proposizioni di spazio e giustapposizioni - quando

la mano strinse le grinze del panno – dov’è chiaroscuro,

ed evidenza: la slogata estensione del modo, l’affanno

di farsi presenza – vedere, com’è straniante l’ampio

disvelarsi delle rughe del corpo, scolpendosi il dorso

nello spasmo.

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