se stratificano i muri queste ore d’inverno, come argilla
e qui l’acqua è qualcosa che lentamente striscia fuori dal sottosuolo,
non avremo nient’altro che fango: e non si tratta più di plasmare,
ma di distinguersi dal materiale (innanzi tutto) per spaziarsi
nella misura in cui permane la stessa distanza dai corpi
e questo non è scavare, ma sentire il fango, il dispiegarsi della pelle,
dove il tocco, ora lo scarto.
vidi inghiottire ampiezze nelle più convulse penetrazioni
ma la venuta è nell’alba, che si schiarisce l’iride e pesano i palmi
come i passi addosso al cielo, verso casa:
come il soffio che increspa lo sguardo sul pelo dell’acqua,
come si sparge l’ombra e si discerne pane e grazia e porzioni:
è soltanto il tuo ruvido callo, il tratto, quel viso, la ruga
accanto al mio sorriso, il colorito. distinzioni.
lo svolgimento è nel sudore
ed io esaudivo il tremito distinto delle gocce, l’inflessione di quelle
proposizioni di spazio e giustapposizioni - quando
la mano strinse le grinze del panno – dov’è chiaroscuro,
ed evidenza: la slogata estensione del modo, l’affanno
di farsi presenza – vedere, com’è straniante l’ampio
disvelarsi delle rughe del corpo, scolpendosi il dorso
nello spasmo.
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